L’infelicità siriana

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– di Shady Hamadi – tratto da La felicità araba

Guardo una foto, un’altra ancora. Mio nonno è seduto alla caffetteria Dik Jin, a Homs. È serio, sembra che mi stia guardando. Pare triste, anzi, consapevole: sa che il posto dove è seduto, è diventato cenere. La Siria, il suo passato, il mio, ci guardano gonfi di infelicità. A voi interessa? Vi importa ciò che proviamo? Vi addolora che il nostro passato non esista, come non esistono quarant’anni di passato della mia famiglia rubati dalla dittatura?

Sì, io voglio descriverla, voglio dirvi come e perché oggi non siamo felici.

Decenni di dittatura hanno depredato i siriani della loro felicità. Fratelli, sorelle, famiglie intere separate dall’esilio. Perché?

Siamo infelici perché ogni giorno scaviamo le fosse ai nostri bambini e prima che possiamo richiuderle coprendole con la terra, ne dobbiamo scavare altre per nuovi defunti. Le nostre lacrime, le mie, profumano di un’amara infelicità a voi sconosciuta.

Sembra che la globalizzazione, invece di averci avvicinati tutti, ci abbia irrimediabilmente separati. Siamo infelici perché carichiamo il nostro dolore su YouTube, condividendo con voi la nostra disgrazia attraverso video duri e drammatici. Ma voi non vi commuovete, perché non è vostra la tragedia! Avevo una famiglia, una parte è scappata, l’altra è disperata e una terza parte fa finta di non vedere quello che accade intorno perché ha paura.

Chiedi a un siriano, anche se lo incontri a Chicago o a Madrid, chiedigli come è cambiata la sua vita, e comunque la pensi ti dirà che non è felice. Oggi abbiamo paura che la nostra infelicità si trasformi in odio e separi fratello da sorella, moglie da marito, vicini da altri vicini, perché la morte, se la si affronta da soli, a volte distrugge. Hai mai visto un popolo sfidare con canti e rami di ulivo i carri armati e i mitragliatori? In Siria si è fatto, ma non abbiamo guadagnato la prima pagina di un giornale, né se n’è fatta menzione in un telegiornale, al contrario, ci siamo meritati la prima pagina quando ci siamo ammazzati a vicenda.

Sono infelice perché io ho degli eroi che nessuno, forse, conoscerà mai e che altri tra di voi e nel regime hanno chiamato terroristi perché si mostravano davanti a una telecamera e parlavano di libertà. E quando la nostra tragedia viene mostrata in televisione il vostro pensiero è: «Vedi, sono musulmani che vogliono fare altro casino».

Siamo infelici perché i nostri padri sono stati torturati in prigione, sono stati privati per sempre della serenità e oggi, qualcuno, si ostina a non riconoscere il nostro passato, le celle buie dove mio padre è stato rinchiuso e io sono nato.

La nostra infelicità risiede nei canti e nei balli che si fanno nelle piazze della Siria. Ascoltateli bene, perché vi sembreranno gioiosi, ma così non è. Ascoltateli con l’anima e poi capirete

Sono infelice perché il regime mette paura ai miei fratelli cristiani. Gli dice: «Senza di noi il cristianesimo non esisterà più in Siria». Voglio ascoltare e recitare, anche se sono musulmano, l’Ave Maria in aramaico insieme ai miei fratelli cristiani, senza che loro abbiano paura di me perché il regime gli ha detto di averne.

Sono infelice perché non capite che si può essere musulmani ma innamorati di Gesù.

Un giorno chiesi: «Abo Emad, se volessi descrivere l’infelicità siriana come la descriveresti?» e lui mi rispose: «Posso descriverti un’altra cosa. Il disappunto dei siriani nei confronti della comunità internazionale. Tutto il sistema. Non riusciamo a credere che fino a questo momento tante, troppe, persone siano morte e nessuno abbia fatto nulla per noi. Nessuno ha fatto nulla per noi, solo parole, solo parole…»

Ma chi è infelice per la nostra sventura?


Estratto da La felicità araba, un libro indispensabile, ancor di più in questi giorni, per conoscere e capire la forza e la resistenza del popolo siriano.

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