Racconta_Un_Libraio_3

Racconta un librario: «Impressioni sul Longo».

ARTI, EDITORIA Lascia un commento

-di Simonetta Spissu-

Racconta un libraio è un concorso letterario per racconti che abbiano librai come protagonisti. 
La giuria del concorso viene sempre formata da librai e da un solo scrittore di racconti. Dopo un’attenta selezione curata da un comitato di lettura, i dieci autori finalisti lavorano all’editing dei testi con gli editor di Racconta un libraio, e infine saranno i giurati a emettere il verdetto.
Racconta un libraio è diventato nel tempo un magazine che raccoglie interviste ai librai, consigli di lettura e molto altro inerente l’editoria.

Pubblichiamo qui il racconto della terza classificata di questa seconda edizione del concorso, Simonetta Spissu.

C. aveva rasato i capelli sotto il collo e li aveva tinti di nero. Per il resto, non era cambiato nulla da lì a quindici anni prima. Infatti, C. poggiava il culo sulle strisce della stessa panchina. Prendendo appunti su di lui, che sbirciava la realtà fuori dall’isola strisciando il pollice sullo schermo di un cellulare.
Di nuovo quindi, aveva i capelli. Ma la solitudine di quel parchetto male illuminato, continuava a molestarla come in prima superiore. Lui si era alzato per servire un cliente. Aveva guardato fuori dal negozio, nella sua direzione.
Ma era come se la guardasse attraverso.
Tra di loro, la maledizione dell’effetto Casper.

Tutti i nati alla fine degli anni ’80 in città conoscevano il Longo. Un omino basso e tozzo, non grasso, ma solo compresso in una felpa e dei jeans. Un metro e settanta di maschio sardo con barba e capelli della stessa lunghezza. Il viso di sua madre.
Sua madre, che sembrava esser rimasta incastrata su una sedia piazzata in mezzo alla vita del Longo.
Tutti i nati alla fine degli anni ’80 in città, era però un po’ troppo generico. In realtà, solo tutti quelli che leggevano e scrivevano – nati alla fine degli anni ’80 in città – sapevano chi fosse il Longo.
O meglio, non ne sapevano proprio un bel niente.
Quello che si vedeva era solo quello che faceva il Longo. Avrà avuto degli amici, avrà avuto una vita privata. Avrà persino scopato o, addirittura, amato qualche donna. Ma nessuno poteva spenderci davvero due parole sopra.
Il Longo era, esclusivamente, il libraio della città. C’erano tante altre librerie – forse fin troppe per un posto in cui non si leggevano neppure più i fumetti – ma quella del Longo, era la libreria.
Almeno per tutti quelli nati alla fine degli anni ’80 che leggevano e scrivevano. Si muoveva con una certa strafottenza, che buttava all’aria qualsiasi prima impressione ci si potesse fare di lui. A vederlo da fermo infatti, restava pur sempre un omino basso e tozzo. Quello che chiunque si sarebbe aspettato da un libraio compresso, era una camminata goffa. Una di quelle andature che bisbigliavano, magari balbuziente, intimorita dalla presenza di sua madre. Sempre lei: quella che pareva impigliata dietro la cassa che teneva il conto della vita del Longo.
La vita del Longo, poi, che cosa voleva dire?
C. ancora ci spendeva tempo a chiederselo, nonostante il vento le gelasse il culo sulla panchina dei viaggi temporali.
C. ci aveva pensato già parecchie volte. A partire dal loro primo magico incontro, quando lui le aveva venduto uno dei tanti libri della giornata che non avrebbe significato granché, quando, la sera, sul tardi, avrebbe chiuso dietro di sé le serrande del locale. Il Longo non avrebbe neppure pensato a quella copia di Norwegian Wood, consegnata nelle mani di un’adolescente in lieve sovrappeso e vestiti da uomo.
C. però, non se l’era mai scordato, perché era stata la prima volta che era entrata nella famosa libreria Azuni, che pareva stesse a universi temporali distanti da dove trascorreva normalmente le sue giornate. Dall’altra parte della città, con in mente poche cose da fare senza includere un viaggio di tre quarti d’ora su un autobus.
Però, quella sera, C. era uscita con in tasca solo i soldi destinati per un panino con la cotoletta in piazza. E, invece che spenderli per aumentare i suoi fianchi di una taglia, li aveva messi in uno di quei pochi libri che poi avrebbe riletto negli anni.
Ed era stato proprio il Longo a venderglielo.
Ed era cominciata la maledizione dell’effetto Casper.
C. aveva fotografato la sua testa rasata, il suo naso a patata e aveva pensato che, il Longo non avrebbe considerato una che aveva appena iniziato a conoscere la letteratura giapponese e scarabocchiava su fogli di carta personaggi simili a quelli di Dragon Ball.
Erano due brutti. Ma due brutti differenti.
Aveva conservato negli anni la vignetta di lui che le allungava il resto e infilava il libro in una bustina di plastica e poi tornava al suo lavoro. Non l’aveva guardata mai. Tutto automatico.
C. poi era un po’ dimagrita, aveva abbandonato la città con tutti i nati negli anni ’80 come lei. Aveva visto tante altre librerie con personaggi dentro a gestirle. Aveva persino cambiato nazione per poi ritornare al Nord, dove dicevano si trovasse lavoro.
Insomma era cresciuta, a differenza dei suoi capelli sempre più corti. Aveva letto parecchie cose da quella prima volta in cui si era spinta fino alla libreria Azuni, con la sua paghetta dentro il pugno. Poteva quasi dire di essere all’altezza.
Quasi.
E però, ogni volta che capitava di rientrare per le vacanze in quella città che più che una città era un enorme acquario da ristorante cinese, passava dal Longo.
La maledizione dell’effetto Casper tornava potentissima. Non c’era verso.
Si vestiva in maniera ricercata, passava il mascara sulle ciglia e tracciava persino un contorno sulle labbra con l’ultima diavoleria della Kiko. Aveva ogni volta un nuovo titolo in bocca, di quelli da casa editrice indipendente, così da passare per quella cultivée che giungeva da posti dove la cultura passeggiava all’Esselunga.
Faceva un giro al piano di sopra dove riposavano un numero indefinito di fumetti che la mandavano indietro nel tempo di più di dieci anni. Il tanto per prendere tempo quando non lo vedeva subito all’entrata. Spesso le capitava di chiacchierare con la madre del Longo, ancora lì, di guardia dietro il bancone, protetta dai suoi occhiali. Quella donna non si era mai spostata da là dentro.
Tanto che, quando una sola volta nella sua esistenza C. l’aveva incrociata nelle vie del centro, non l’aveva riconosciuta.
– Dove ha la lasciato i manuali di giurisprudenza? – le avrebbe voluto chiedere.
Quindi scambiava due parole con quel donnino con la permanente castana e quasi si sentiva inserita nell’esistenza del Longo. Perché sua madre era parte del Longo e, se lei si ricordava i particolari degli spostamenti di C., allora si era prossimi senza dubbio, al matrimonio.
– Ma oggi è da sola? – abbozzava di solito C.
– No. Sta nel retro a giocare col cellulare. Dice lui, a “gestire contatti”.
– E lascia qua lei a lavorare. Bel mestiere, il suo.
– Se te lo sentisse dire, sicuramente appenderebbe un cartello alla porta con la tua faccia. Bandita per sempre.
– Almeno saprebbe che esisto.
– Come? Scusa, sono un po’ sorda.
Poi, alla fine, arrivava a riempire il quadro proprio il Longo. E la rimetteva al suo posto sugli scaffali, come avrebbe fatto con l’ultimo libro del vincitore di Masterchef. Quando la guardava, quando le parlava, era come se fosse di nuovo la capellona biondo spento che a sedici anni ciondolava nei giardinetti di fronte alla sua libreria.
Una qualunque. Con qualche brufolo in meno, forse. Solo se non era periodo di ciclo.
Il punto era sempre stato questo: cosa faceva il Longo, quando si sfilava via la sua tuta da super libraio? Abitava tra quattro mura come tutti gli altri? Si nutriva esclusivamente di Danone alla vaniglia come il tipo di Jeeg Robot?
C. pensava ai suoi piedi infilati in un paio di pantofole da vecchio, mordicchiate da qualche animale domestico. Probabilmente un gatto. Era un tipo che non dava confidenza, quindi per forza doveva avere un gatto. Lo vedeva infilare la sua fame direttamente in un secchiello di popcorn e idratare il suo nervosismo a sorsi di Ichnusa. Mentre sua madre, sempre lei, si faceva da parte su una seggiola in legno nel cucinino in fondo al corridoio e una settimana enigmistica tra le mani.
Il Longo, a fine giornata, dove cominciava a esistere?
Forse non era legale che lui potesse davvero fare sesso con la donna della sua vita, su un letto matrimoniale, prima di lasciarsela scappare per sempre. Una volta, la sua migliore amica l’aveva intercettato in un pub, in compagnia femminile. Non si era vestito bene neppure per quella cena lì e questo voleva dire due cose: o stavano assieme da una vita, oppure quel jeans-e-felpa era il suo abbinamento migliore. La tipa aveva i capelli con la ricrescita, tirati da un elastico anni ’80 e aveva l’aria di una giapponese tinta all’occidentale. Il Longo era cresciuto a pane e manga: lo aveva intravisto spesso nascosto al piano di sopra con in mano una copertina con ragazzine dalle gonnelline svolazzanti. Lui era serio però. Anche le faccende liceali dell’estremo oriente, per il Longo, erano una questione rilevante.
Era ingiusto che lui potesse staccarsi dalle mensole tappezzate di peluche di Gorilla – il Longo aveva questa strana mania che C. non aveva mai decifrato – e mettersi di fronte a uno specchio e lavarsi i denti.
I librai non hanno bisogno di Colgate effetto White.
C. aveva potuto scrivere il suo personale catalogo di gialli con il Longo come protagonista: una serie di volumi che lei aveva compilato fatta di appunti insignificanti come il colore delle stanghette degli occhiali del Longo. Quelli che ogni tanto portava e ogni tanto no.
A un certo punto però, era comparso nelle loro vite, Facebook. In parte rovinando il mistero, in parte infittendolo. Il Longo non era più qualcuno che era nato sotto un albero di libri e che sarebbe morto dentro un magazzino della Feltrinelli. No.
C. poteva leggere quello che pensava. Poteva affezionarsi ai personaggi che faceva muovere su internet. Lo cercava nei dialoghi, nelle storie, nei mondi che, da qualche parte, dietro a uno schermo, il Longo si lasciava sfuggire via dalle dita. Le situazioni che costruiva, spesso vedevano lo scambio tra un uomo e una donna, senza un preciso contesto. Quasi sempre in un conflitto sotterrato dal passaggio del tempo.
Parlava con la tipa dall’aria orientale? Parlava della tipa dall’aria orientale?
Tutte quelle parole una dietro l’altra, che accumulavano like come una bulimica con una scatola di biscotti.
E lei, però, non c’era mai. Perché era una tra le tante nate negli ultimi anni ’80 della città che amavano leggere e scrivere.
Dalle foto di cieli interrotti da lampioni accesi e fili della luce, capiva che il Longo si spostava anche lui per i marciapiedi dello stesso posto che aveva visto lei.
Una cosa incredibile che non si fossero mai e poi mai visti fuori dalla libreria. E lui camminava, mangiava. Parlava persino di diete. I suoi amici scherzavano addirittura con lui, che aveva un gran senso dell’umorismo – di quelli che se ti prendono dall’angolazione sbagliata, possono aprirti un buco nel cervello.
Viaggiava spesso il Longo, però sempre all’interno dell’isola e sempre per motivi legati al microcosmo dei librai: presentazioni, concorsi, eventi con organizzazioni letterarie. Chiuso nei vagoni treno che erano delle scatolette Simmenthal dentro le quali lui staccava il cranio sudato dalla pelle consumata dei sedili. Le sue espressioni erano sempre quelle di uno che userebbe l’ironia in qualsiasi cosa. Non erano mai selfie. Il Longo aveva sempre il suo intramontabile jeans-e-felpa, ma non c’era mai traccia di una presenza femminile al suo fianco. Nessuna donna che gli avesse detto che quel giorno aveva una bella patacca sotto le ascelle ed era meglio risparmiarsi lo scatto. C’erano invece spesso lui e un microfono o lui e un reggilibro o lui e un bicchiere di vino. L’unico cambiamento in quel reportage fotografico, era la location, puntualmente segnalata sui social.
Era successo che, una delle volte in cui si era spostato al Sud per un evento, qualcuno avesse commentato una foto. Non era importante tanto il commento di per sé, quanto il fatto che, quel qualcuno, C. lo conoscesse bene. Allora si era precipitata sulla chat, saltando i convenevoli e:

Quindi tu conosci il Longo e non me l’hai mai detto?
Ciao eh.
Sì, ciao. Allora, conosci il Longo e non me l’hai mai detto?

Quel qualcuno che avevano in comune lei e il Longo, si era lasciato interrogare da C. Lei che era interessata a sapere se fosse sempre stato pelato o lo fosse diventato col tempo. Quindi il Longo si era concretizzato nella sua fantasia: innanzitutto l’età precisa, 40 anni appena fatti con l’incontro di due calici di birra.
Da qualche tempo era rimasto single.

Sì, ma l’ha mollato lei o lui?
Lei.
Ah.

Il Longo e la finta giapponese erano stati assieme per circa 6 anni, finché lei non si era probabilmente stufata di dividerlo con tutti quei pupazzi Gorilla affacciati in vetrina. Aveva un gatto, sì, di quelli mezzo randagi che hanno tutte le macchie sul pelo e guardano con diffidenza persino la ciotola piena di crocchette. L’avevano preso in casa dopo la morte della padrona originaria, la zia del Longo, e da lì era stato odio a prima vista.
Il Longo scriveva, ma non era uno scrittore. Era uno sceneggiatore di fumetti, anche se non era mai riuscito a sfondare da nessuna parte, nonostante conoscesse tutti, nell’ambiente.

Quindi dici che fa schifo?
No.
E allora?
E allora niente. Non lavora per la Bonelli. Lui è il Longo. Lui è il Libraio.

Aveva spulciato in rete e lo aveva subito trovato: un suo progetto personale in bianco e nero, con alcuni disegnatori che aveva trasformato in immagini alle parole del Longo. Niente male. Gente armata che si innamorava profondamente e che viveva situazioni parecchio complicate. Qualcosa che un utente Amazon Prime avrebbe seguito volentieri. Peccato che lui fosse il Libraio e non quello che si contendeva l’ultima sceneggiatura di Nathan Never con Michele Medda.

Ascoltami, invece qual è la storia del babbo?

Il babbo si era spento dopo un lungo calvario di chemio e chili persi, ma aveva lasciato al Longo la proprietà della libreria. Un’eredità niente male, insieme alla tacita responsabilità di sua madre, vedova monolitica che pendeva in libreria vicino agli scimpanzé. Ma con più classe.

Ti ha mai parlato di me?
Scusami?
Dico, ti ha mai parlato di me?
Il Longo non parla di nessuno che non sia finito su un libro.
Ah.

Uno scambio di battute istantanee che avevano accentuato il suo amore per il Longo. Che, a quanto pare, non aveva una moto ma la desiderava sin dalla maturità. Il Longo che si era travestito da Cowboy una sera d’estate e aveva girato così per l’intera città, solo per vincere una scommessa a tema Westworld. Il suo gruppo preferito lei non lo conosceva neppure, ma si chiamava Morphine e se l’era cercato prima su Wikipedia e poi dritta su Youtube. Il Longo era una persona molto triste, a quanto dicevano i Morphine.

E il sogno del Longo?
Che domanda è C.? Perché tu ce l’hai un sogno?
Ma qui mica parliamo di me, parliamo del Longo. Cosa tiene nel cassetto?
Guarda, probabilmente una pistola. E anche lui è convinto che, quando ce n’è una in un racconto, allora deve sparare.

C. aveva capito era che, conoscere tutti quei dettagli del Longo, non avevano fatto altro che allontanarlo ancora di più. Uno che di solito bruciava il caffè con la moka, ma era contro le capsule.
Uno che amava la pasta alla carbonara e la sabbia di Stintino, e che non l’avrebbe mai considerata esattamente come quando era solo l’omino insaccato che si arrampicava da un piano all’altro della sua libreria. C. sapeva che il suo numero di scarpe era il 45, un numero un po’ grande in proporzione alla sua altezza. C. sapeva che a casa sua, il letto matrimoniale non c’era, almeno non da quando era tornato a vivere nella sua cameretta d’infanzia, con sua madre; conosceva il Longo dopo una full immersion su Facebook a interrogare il loro amico in comune; conosceva il Longo come Neo conosceva il Kung Fu. Eppure, sapere che gli dava fastidio quando spostavano i libri da una posizione a un’altra, non sembrava aiutarla per niente.
La sua ossessione per il Longo cominciava e moriva dentro lo spazio che le pesava sul collo dal 1989.
Ed eccola lì, con una salopette della taglia sbagliata a separarla dal metallo di quella maledetta panchina, sulla quale sembrava si fosse impigliata il primo anno di liceo. A guardare il Longo evolversi senza poterlo mai incrociare. A pensarlo innamorato e a convivere con un’altra donna che gli avrebbe spezzato il cuore. Magari una che lo avrebbe invogliato a mettere una giacca e dei pantaloni con la piega. Se lo dipingeva più giovane, quando forse era rimasto incastrato da e in quella libreria. Pensandolo accarezzare il pelo di Ugo schivando le unghiate. Sapendo che lui era il protagonista di uno dei suoi racconti, mentre lei era solo una faccia che col tempo, gli era passata di fronte troppe volte. Sapendo che il gelato alla birra era un suo proposito per il 2018. Che comprava jeans di una taglia più grande perché preferiva sentirsi più magro e portare la cintura.
E lui vendeva libri a tutti, come a lei.
E lui leggeva tutti i libri, come lei.
E lui scriveva di tutti, tranne che di lei.
Mentre C. era solo a pagina 4 del lungo racconto fatto di impressioni sul Longo, ovvero un numero non precisato di parole per descrivere solo il movimento della sua mano che si accarezzava i capelli radi.
Quell’uomo tozzo che sembrava poter comprimere dentro al petto il mondo reale e quello letterario. Il mondo di C. e il mondo di tutti quelli nati alla fine degli anni ’80, che amavano leggere e scrivere, in quella città.
Si era alzata poi, sistemandosi il cappotto, cercando di sembrare composta. Ed era cominciata di nuovo la stessa scena che si ripeteva da una quindicina d’anni con frequenza piuttosto costante.
Dietro il suo sorriso allenato appena varcata la porta.
Dietro lo sguardo che lanciava oltre la madre del Longo, un muro di vecchia settantenne tra lui e il resto.
– Che cosa mi consigli? – gli aveva chiesto.
Longo. Che cosa mi consigli?

Simonetta Spissu, nata ventinove anni fa da un parto gemellare nell’isola dei 4 mori. Scrittrice per punizione karmica, imbratta fogli word e, fatto ancora più  grave, poi li sottopone alla lettura di terzi. Suoi racconti sono usciti su Carie, Crack e Cadillac.

Immagine di copertina: collage di Enea Brigatti.
Immagine nel racconto: fotografia tratta dalla collezione dell’Yle – Archives of the Finnish Broadcasting Company.

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