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Il viaggio fra gli oggetti del sentire e quelli del sapere

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-di Enea Brigatti-

La situazione è sempre la stessa: il fine settimana è giunto al termine e l’orologio segna un’ora imprecisata della notte, sempre troppo vicina all’orario di partenza del treno il mattino seguente.
Al centro della stanza una valigia, piccola e vuota, destinata di lì a pochi minuti a diventare piccola e piena oltre le sue capacità.
Da quando mi sono trasferito a Torino, ogni volta che torno a casa prelevo un pezzo della mia vecchia camera e lo metto nel trolley, spesso forzando la mano.
Soprammobili, intere collezioni di ritagli di giornale per fare collage, volantini di manifestazioni datate, annate di vecchi numeri di «Internazionale», quei sassi trovati quella volta in riva al fiume, un set di colori per dipingere sulla stoffa, un plico di fotocopie di quel convegno a cui ero stato due estati fa, quel libro di Flaiano che non avrò il tempo di leggere, quella raccolta di Carver che dispiace non avere sul comodino pronta a essere riletta, quella monografia su Truffaut che magari potrebbe tornare utile per trovare la citazione giusta al momento giusto.
Una musicassetta dei Piano Magic senza avere a disposizione una piastra per poterla ascoltare.
Ogni volta, davanti alla scalinata centrale della stazione Centrale, che con la valigia alla mano assume le sembianze di un monte insormontabile da scalare, mi riprometto di non farlo più, di lasciare che le cose rimangano dove sono, che il viaggio è migliore se il bagaglio è leggero.
E invece ogni volta ci ricasco, debole davanti al richiamo delle cose di cui necessito per sentirmi a mio agio, per quanto mi renda conto della loro inutilità.
La mattina dopo, seduto sul regionale veloce, le borse di tela – numerose – e il trolley appoggiati sul ripiano alto del vagone, telefono al mio amico Matteo.
«Che stanchezza: anche questa volta mi sono portato via la casa, le solite due ore per decidere cosa lasciare in Brianza e cosa mettere in valigia.» «Non avevo dubbi.» «D’altronde erano rimaste nell’armadio ancora un sacco di cose: ti ricordi quelle belle buste trasparenti? Metti che devo fare un bigliettino per qualcuno, quelle sono perfette ad esempio. Ne ho prese una trentina.» «Certo.» «Anche quel vaso di ceramica che avevo preso da Tiger sotto Natale, ad esempio. Adesso torna utile, ci posso mettere le primule.» «Ovvio.» «Matteo, e se questa settimana mettessi un post sul blog che parli del perché ci circondiamo continuamente di oggetti?» «Non puoi. L’ha già fatto “La Lettura”: sabato sono usciti con una serie di articoli che parlano della stessa cosa. Il pezzo principale l’ha scritto Piccolo.» «Caspita. Suvvia dai, lo faccio ugualmente. Spazio B e “La Lettura” non sono in concorrenza, no?» «No. Ciao Enea.» «Ciao Matteo, è sempre un piacere.»

Qualche giorno fa alla Libreria Bodoni, attorno allo stesso tavolo insieme al curatore Stefano Riba, si sono seduti lo scrittore Davide Longo e i designer Alice Lotti e Patrizio Anastasi, che lavorano in coppia come Tuta. Al centro della discussione 75 litri, un’antologia curata e in parte illustrata da Lotti e Anastasi le cui coordinate principali sono il tema dell’affezione nei confronti degli oggetti, messa in relazione a una situazione pratica come quella di scegliere cosa inserire nello zaino al momento della partenza per un viaggio.


Ogni illustratore (Alessandra De Cristofaro, Cristina Spanò, José Ja Ja Ja, Pablo Delcielo, Tommaso Nava, Patrizio Anastasi, Alice Lotti, Anne Baier, Massimiliano Di Lauro) ha compiuto quindi un viaggio immaginario: il risultato di questa esperienza è qualcosa che si colloca fra un fumetto muto e una storia illustrata.

Agli autori coinvolti hanno chiesto di immaginare di partire per un viaggio dal quale non tornare più, di pensare quali mappe avrebbero disegnato e a chi avrebbero mandato una cartolina, di elaborare un’illustrazione a tre colori, quelli primari, per una motivazione sia stilistica sia tecnica: il libro è stato realizzato con una stampante risograph, una macchina che lavora per livelli e somma di colori, e facendo ricorso alla serigrafia, sempre a tre colori, per cui il risultato finale è che ognuno dei libri stampati è un pezzo unico nel suo genere.

75 litri: illustrazioni di Cristina Spanò, Josè Ja Ja Ja, Alice Lotti, Anne Baier, Patrizio Anastasi, Alessandra De Cristofaro, Massimiliano Di Lauro, Tommaso Nava, Pablo Delcielo.

Stefano Riba, che per 75 litri ha scritto un testo che fa da prefazione al volume, ha raccontato la suggestione degli oggetti attraverso il suo trasloco da Torino a Bolzano.
«Il trasloco è il modo per capire al meglio quello che ci circonda perché lo devi impacchettare, inscatolare, trasportare. In questo modo ho potuto fare la rassegna di tutte le cose che possiedo accorgendomi che in realtà mi circondo di pochissimi oggetti. All’inizio ho pensato che fosse una cosa negativa, poi mi sono sentito molto leggero: tentavo di capire perché avevo così poche cose e sono andato indietro fino alle scuole superiori, al 1996, quando era uscito Alta fedeltà di Nick Hornby che è un libro basato sulle classifiche, sul trovare una numerazione a cose che ti piacciono; all’epoca già facendo questo gioco con i miei compagni di classe emergeva il fatto che non fossi in grado di classificare le mie passioni.
Nel mondo degli oggetti e delle preferenze come fonte di presentazione verso gli altri mi trovavo così a non avere oggetti, cose e preferenze che potessero fare intendere chi fossi davanti a chi mi circondava.
Poi ho cambiato punto di vista nei confronti di questa faccenda e ho capito che il mio modo di diventare adulto era rappresentato dalla consapevolezza di non voler accumulare cose. Ancora oggi non mi piace circondarmi di tante cose: la collezione è una parola che impone il possesso e il possesso è una cosa che non ricerco.»


Tutti siamo passati da Alta fedeltà, anche chi non ha mai letto il romanzo o visto il film (in entrambi i casi un gran peccato, anche dopo tutti questi anni rimangono entrambi meravigliosi).
Le classifiche hanno invaso le nostre conversazioni, stabilito un canone per parlare delle proprie passioni.
Io e Andrea passavamo i pomeriggi, le sere, le estati e gli inverni a fare e disfare classifiche: siamo cugini, abitavamo prima nello stesso palazzo e poi a poche vie di distanza.
Le discussioni non finivano mai: top ten o top five? No, top five no, troppo difficile.
Ogni volta che usciva un disco nuovo, che si arrivava sui titoli di coda di un film o si chiudeva l’ultima pagina di un romanzo si rimetteva tutto in discussione.
Si sceglievano posizioni che potessero provocare l’altro o spiazzarlo, si individuava qualcosa e lo si difendeva fino allo sfinimento.
Una classifica per tutto, dalla migliore merenda di mezzanotte ai gruppi di folk scheletrico suonato in bassa fedeltà provenienti dal nord degli Stati Uniti (rispettivamente: Maxibon e Estathé; i Palace Brothers).
Era un modo per raccontarsi e stare aggrappati a qualcosa, continuare a fare come facevamo con i calciatori quando eravamo più piccoli.
Prima sceglievamo undici giocatori da mettere in campo per vincere la finale di Coppa dei Campioni, ora invece le undici cose che avremmo portato con noi in vacanza e delle quali non avremmo mai potuto fare a meno, neanche per tredici, cinque, due giorni.
(In realtà poi non sceglievamo mai: una volta siamo partiti per il mare trasportando sul treno annate intere di riviste musicali, cinque o sei dizionari di cinema, monografici sull’espressionismo tedesco e un centinaio di cd inseriti in quei contenitori a fisarmonica che ormai si vedono solo abbandonati sul cruscotto di qualche auto un po’ datata.
Scesi alla stazione di Albenga ho visto negli occhi di mio zio che ci era venuto a prendere qualcosa a metà fra lo spaesamento e la voglia di lasciarci lì così, a fare i conti con il mondo reale.)
«Pronto Matteo, sai che ho deciso? Kaurismäki è il migliore: non ne ha sbagliato mezzo. È lui il mio preferito, poi ti dico in che ordine metto i suoi più belli.» «Un’ottima scelta. Forse io rimango fermo su Céline Sciamma. Ma ci penso, eh. Ciao.»
Il passato spesso è anche il presente.

Davide Longo comincia il proprio ragionamento da una tavoletta di argilla che un archeologo iracheno ha ritrovato alla fine dell’Ottocento compiendo delle ricerche nei sobborghi di Baghdad per conto del British Museum.
Rappresenta il primo tentativo di mappare il mondo: come una carta geografica ha una legenda rappresentata dalla parte superiore, mentre la parte inferiore raffigura la zona attorno a Babilonia.

“The Map of the World” o Mappa Mundi (c. 500 a.C.), British Museum, Londra.

«Da allora fino a oggi il primo oggetto che portiamo con noi quando ci spostiamo fisicamente e mentalmente è una mappa, fondamentalmente perché abbiamo bisogno di orizzontarci e questa matrice genera tutta una serie di oggetti – che sono quelli che stanno nello zaino di una guida alpina ad esempio – che appartengono alla categoria del sapere e che servono per muoversi nel mondo, per decodificare lo spazio, per cavarsela: la borraccia, la picozza, i ramponi, tutti oggetti che carichiamo del concetto di sapere. Quello che mi colpisce è che abbiamo cominciato a costruire cartine e mappe quando è nata l’esigenza in noi di definire cosa fosse una casa. Quel buco nel centro della tavoletta è proprio la casa: la cartina diventa un posto per muoversi ma soprattutto per capire come tornare indietro e come stabilire una relazione fra dove sono andato, da dove sono partito e dove tornerò.»


«Questa invece è una bussola che ha un’incisione commissionata dalla moglie o dalla fidanzata del viaggiatore che si appresta ad allontanarsi da casa.
Dice: “Così potrai sempre trovare la strada per tornare da me”.
Qui avviene uno sconfinamento nell’altra categoria degli oggetti che portiamo con noi, che non sono più quelli del sapere e che carichiamo di una valenza, di una potenza sentimentale.
Questa bussola è il connubio fra questi due elementi: c’è quello che ci serve per la sopravvivenza, ma anche un rimando agli affetti, e quindi gli oggetti del sapere ma anche quelli del sentire.
Io per anni sono andato in montagna con un  paio di scarponi che i topi mi avevano rosicchiato nella parte morbida: è evidente che un paio di scarponi nuovi avrebbero servito meglio la parte del sapere ma interviene una parte dl sentire che ha fatto sì che mi mettessi ugualmente per anni quegli scarponi.
Oscilliamo fra queste due posizioni: c’è chi predilige gli oggetti del sapere e chi ha maggiormente bisogno degli oggetti del sentire.
Inoltre nella realtà del viaggio non solo portiamo con noi gli oggetti del sentire, cioè del sentire casa, ma
avvertiamo la necessità di prendere un oggetto sul luogo in cui ci troviamo, e caricarlo di un sentire: il souvenir, in quella maniera goffa, naïf e anche un po’ kitsch rappresenta questo.
C’è qualcosa di quel mondo che vorremmo portare indietro con noi e allora prendiamo un oggetto, sperando una volta a casa di rivivere quel sentire.
Io ho incontrato tanti viaggiatori e ho capito che si possono dividere in queste due categorie, del sapere e del sentire, nelle quali non ho la minima idea di dove poter collocare me stesso.
Però mi sembra che la motivazione per la quale nei miei libri ci siano così pochi oggetti sia perché per me è molto difficile caricare questa molla del sentire, e se è molto difficile caricare questa molla e d’altro canto anche per il sapere ti servono poche cose ti ritrovi poi con pochi scatoloni, per lo più vuoti.»

Ho fatto il primo trasloco della mia vita ad agosto dell’anno scorso: avevo scelto un monolocale da quattordici metri quadri dal tetto spiovente, vicino a Piazza Statuto.
Mi sono detto: porterò il necessario, di necessità bisogna far virtù.
Pensavo a un certo minimalismo ordinato, mai freddo.
Alla stanza di Elsa Morante, essenziale senza essere impersonale, senza nemmeno una penna in più del necessario appoggiata sopra la scrivania ­- ma è solo un punto di riferimento iconografico: lei era Elsa Morante.
La sera in cui ho finito di portare tutto mi sono guardato intorno: in quei quattordici metri quadri avevo ammassato cose che sarebbero state comunque troppe anche per un trilocale mansardato.
I buoni propositi, sempre gli stessi, sempre disattesi.
Sapere: mi sembra di non sapere mai nulla, mi attacco alle cose per avere un conforto, avere la coscienza che al massimo posso sempre correre a casa e trovare la risposta da qualche parte, in un articolo ritagliato dal giornale, o in quel passaggio ricopiato su un quaderno a righe, o fra i mille .jpg abbandonati in un hard disk.
Sentire: ogni cosa diventa sempre doppia, diventa un ricordo, un baluardo da cui fatico a separarmi.
Quella sera, in mezzo agli scatoloni alti quanto me, ho cercato una vecchia confezione di bicchieri in cartone, simile a uno scrigno giocattolo.
Dalla scatola ho preso una busta, piccola, carta usomano bianca, e l’ho appesa con un pezzo di scotch azzurro all’anta dell’armadio.
Sul retro della busta una scrittura incerta ma armonica: «Per Enea, dai nonni Peppino e Gabriella.»
I miei nonni sono vivi, e mitici.


Dentro la busta la nonna aveva messo una mancia, una delle tante, che continua a darmi anche se ormai ho passato quell’età «So che tu li apprezzi, spendili bene».
Dentro quella busta in questi mesi ho messo i soldi dell’affitto, quelli per il cinema e per il concerto di Jens Lekman che non andrò a vedere, quelli per mangiare la focaccia di Recco in quel posto vicino a Piazza Carlina, quelli per «La Repubblica» la domenica mattina.
Le cose a cui tengo, il sentire e il sapere.
La bussola per andare per il mondo, sapendo benissimo dove si trova il posto dal quale provengo.

Continua Longo: «Quando Rossellini ha fatto i primi film li hanno visti gli americani e sono impazziti. Dicevano: questa fotografia è bellissima, questi colori, questo grigio un po’ virato è pazzesco, chissà che filtri hanno usato. Anche la Bergman li ha visti e si è innamorata di lui.
Poi quando Rossellini è andato negli Stati Uniti e gli hanno chiesto direttamente che tecnica avesse usato per girare i suoi capolavori, lui ha risposto che avevano utilizzato una pellicola scaduta perché all’epoca c’era solo quella disponibile.
Il fatto però che in Italia non ci fossero i soldi per comprare della pellicola nuova in realtà faceva parte del neorealismo.
Era parte di quella narrazione specifica, l’Italia era un Paese in cui non c’era più pellicola e bisognava accontentarsi di quella scaduta, per cui si raccontavano quel tipo di storie su quel tipo di pellicola.
È come essere uno scultore e abitare in un bosco dove c’è solo legno d’abete: l’utilizzo del legno d’abete per realizzare le sculture sarebbe obbligatorio, non rappresenterebbe una scelta; ma il fatto che abiti in un posto dove ci sia disponibile solo legno d’abete influenzerebbe il mio modo di scolpire e entrerebbe comunque a far parte della mia narrazione.
Non si tratta di una scelta a priori, ma di qualcosa che diventa poi un materiale narrativo.
In 75 litri mi ha colpito che siano stati scelti tre colori, che si sia imposto un limite cromatico: due colori mi sono molto chiari, il colore del sapere e quello del sentire, ma esiste un terzo colore che mi sfugge, mi manca ancora una categoria per capire esattamente cosa sia viaggiare.».

Dicono gli illustratori: «Abbiamo scelto di usare i colori primari perché la risograph è una tecnica che funziona per sovrapposizione: si creano così altre tonalità, e soprattutto una trasparenza».

Alla parola “trasparenza” Longo si illumina:
«Ecco la chiave di volta del discorso: ciò che rende tridimensionale il vostro lavoro è proprio questa trasparenza di cui parlate.
La trasparenza è il terzo colore, quello che mi sfuggiva nell’analisi del racconto di viaggio».

La vetta è stata raggiunta, insieme, parola dopo parola, ragionamento dopo ragionamento: ora si può solo dare un’occhiata alla mappa e tornare a casa.

Immagine di copertina: particolare dell’illustrazione per Il Monte Analogo di Alice Lotti, contenuta in 75 litri.

 

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