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Il femminismo oggi, fra metafora e distopia.

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-di Enea Brigatti-

«La forma del potere è sempre la stessa: è la forma di un albero. Dalle radici fino alla cima, un tronco centrale che si ramifica e ramifica all’infinito, aprendosi in dita sempre più sottili, protese in avanti. La forma del potere è il disegno di una cosa viva che tende verso l’esterno, e manda i suoi sottili filamenti un po’ oltre, e ancora un po’ più oltre […] Ne consegue che la natura e l’uso del potere umano possono cambiare in due modi. Il primo è quando un ordine viene emesso dal palazzo, un comando rivolto al popolo che impone: “Così sia”. Ma l’altro, il più certo, il più inesorabile, si ha quando quelle migliaia di migliaia di punti luminosi inviano ciascuno un nuovo messaggio. Quando il popolo cambia, il palazzo non può opporsi.»

Questo è l’incipit di Ragazze elettriche (Nottetempo, 2017), il romanzo di Naomi Alderman inserito nella lista dei migliori libri del 2017 secondo il New York Times. Il romanzo racconta di un mondo in cui nelle ragazze adolescenti si è risvegliato un potere, quello di elettrificare, che poi si diffonde fino alle donne più adulte. La cosa ribalta l’ordine precostituito: le donne, da possibili vittime di abusi, diventano potenti e loro stesse carnefici.
Ragazze elettriche è un romanzo distopico: ambientato in un mondo inquietante, che potrebbe essere anche il nostro, in cui quattro personaggi rappresentano le metafore del potere: quello religioso, quello politico, quello criminale e quello mediatico.

Il racconto dell’ancella (Ponte alle grazie, 2017) di Margaret Atwood è considerato invece il romanzo predecessore di Ragazze elettriche: è del 1985, e la stessa Atwood è stata mentore nella scrittura di Alderman.
Tratta le stesse tematiche (anche se con sfumature diverse), attraverso un uso simile dell’ambientazione: nel Racconto dell’ancella, si narra di un mondo uscito da un conflitto mondiale, e degli Stati Uniti che, dopo un golpe, sono governati da una teocrazia che riduce le donne in schiavitù.
La storia è raccontata in prima persona: la voce narrante è quella di un’ancella, ovvero una donna destinata solamente alla riproduzione.
Questo romanzo è tornato in auge l’anno scorso grazie anche a una serie tv prodotta da HBO con protagonista l’attrice di Mad Men Elisabeth Moss, e ha avuto molto successo anche in Italia.

Lo scorso dicembre, poco prima di entrare nel periodo pre natalizio, alla Libreria Bodoni coordinati da Giulia Cuter e Giulia Perona del podcast Senza Rossetto (che trovate online sulla piattaforma Querty), si sono ritrovati a discutere di distopia e lotta al patriarcato la scrittrice e insegnante Giusi Marchetta, lo scrittore e traduttore Vincenzo Latronico e la critica cinematografica Elisa Cuter.

Io non c’ero ma il mio registratore sì: il primo a prendere la parola è Latronico.

«Vorrei partire con un confronto fra i due romanzi. Mentre Il racconto dell’ancella è una distopia, in realtà Ragazze elettriche tecnicamente non lo è, perché se si sostituissero i ruoli, con gli uomini a dominare come le donne dominano nel libro, a pensarci bene non avremmo una situazione così lontana dalla realtà di oggi. Trovo che questa sia una riflessione interessante, considerando anche gli anni in cui stiamo vivendo, in cui l’attenzione a queste tematiche si è molto amplificata: soprattutto perché la fantascienza, o meglio, la speculative fiction (il tipo di narrazione che inizia con un “E se…”), è sempre stata un luogo fertile per la riflessione sulle questioni di genere.
La capostipite di questo tipo di letteratura è la scrittrice Ursula K. Le Guin che, con il romanzo La mano sinistra delle tenebre, immagina un pianeta i cui abitanti non abbiano un genere fisso, ma in continuo cambiamento, seguendo un ciclo analogo a quello mestruale: attraverso questa soluzione narrativa, Le Guin nel libro analizza come possano modificarsi le dinamiche sociali.

L’autrice ha spiegato che la motivazione per utilizzare un’ambientazione fantascientifica per parlare di queste cose è molto semplice: se avesse raccontato la storia nel mondo reale, sarebbe stata tacciata di essere una femminista arrabbiata e si sarebbe dovuta difendere da infinite critiche, che l’uso di un pianeta fantastico le ha risparmiato.
Per passare all’Italia invece, un romanzo interessantissimo su questo argomento è Sirene (Marsilio, 2017) di Laura Pugno, che parla di un mondo futuro in cui un’umanità in decadenza, a causa dell’assottigliamento dell’atmosfera, scopre l’esistenza delle sirene, animali selvaggi e bellissimi, e inizia a allevarle per venderne la carne o come oggetti sessuali. Ma attraverso gli occhi di un allevatore, protagonista del libro, scopriamo l’umanità delle sirene: e non è difficile capire come in realtà Pugno voglia parlare della scoperta e dell’accettazione dell’umanità di un genere altro, diverso dal nostro.»

A questo punto interviene Giusi Marchetta.
«Se penso ai libri di cui abbiamo parlato finora, Ragazze elettriche, Il racconto dell’ancella, ma anche i due citati da Latronico, la tematica di base che li lega è quella di una riflessione sul potere. E in particolare sul patriarcato, ovvero quella forma di potere esercitata dall’uomo bianco ed eterosessuale, di natura principalmente economica.
Vorrei fare altri esempi quindi per espandere questo tema, partendo dagli anni ’90, in cui era molto famosa la serie tv Buffy l’ammazzavampiri.
In particolare, nel finale della serie, Buffy rinuncia alla sua unicità, decidendo di condividere il suo potere e mandandolo nel mondo: e la serie tv procede a mostrarci una successione di scene di ragazze che, un po’ come in Ragazze elettriche, scoprono di possedere questo nuovo potere. È un perfetto esempio di empowerment femminile americano: “Non aspettare che qualcuno venga ad aiutarti, ma agisci tu stessa, usando il potere che ti appartiene”. Ed è un esempio interessante soprattutto perché in quegli anni la situazione era tragica: il sessismo passava attraverso tutti i prodotti culturali, dai film, alle serie tv, alla musica, ai libri.

Buffy l’ammazzavampiri.

Uno dei pochi personaggi femminili interessanti all’epoca è Dana Scully della serie tv X-Files, nemmeno così canonicamente femminista, ma in quel tempo considerata tale, perché in un mondo di uomini lei sapeva gestire il suo potere, ignorando il sessismo attorno a lei.
E, anche se X-Files non è un esempio giusto al 100% perché era comunque una serie scritta da uomini, era già qualcosa.
Da metà degli anni 2000 però le conversazioni sul potere e sulle questioni di genere iniziano a passare attraverso le distopie per young adult, che hanno nella maggior parte dei casi come protagoniste delle ragazze: penso ad esempio a Hunger Games, la serie di libri scritta da Suzanne Collins, in cui una ragazza decide di combattere il sistema malato attorno a lei.
Questo tipo di letteratura è interessante da analizzare soprattutto a livello di distribuzione e di risonanza: i libri e i film di Hunger Games sono conosciuti, letti e visti sia da ragazze che da ragazzi, diversamente da libri non di genere in cui le protagoniste sono tutte donne, che però vengono rilegati a esempi di letteratura femminile (penso ad Alice Munro prima del Nobel).
Ciò succede perché la società ha classificato dei temi specifici, se raccontati da donne (ad esempio il matrimonio, i figli, l’aborto), di solo interesse femminile, e quindi automaticamente di minore rilievo.
Facciamo un altro esempio: la serie di libri de L’amica geniale di Elena Ferrante.
Negli USA il fenomeno Ferrante è scoppiato molto prima che in Italia, in cui l’autrice è passata sotto silenzio, come semplice scrittrice di un “bel romanzo popolare”; negli Stati Uniti invece si è colto subito l’invito, molto cinico, di Ferrante di parlare di potere femminile come manipolazione, che finge di essere succube, ribellandosi però in altri modi. Una forma di empowerment che può sembrare molto forte: conosco donne che la mettono in atto considerandola normale. Però, secondo me, sulla lunga distanza questa forma di potere continua a portare avanti una concezione di femminismo errata, e vecchia. In questo momento il mondo occidentale è in un’altra fase.
Per tirare le fila del discorso, vorrei dire che il finale di Buffy è una metafora, Ragazze elettriche è invece una distopia: ed è proprio nello spazio che c’è tra distopia e metafora che il femminismo oggi deve lavorare, rifiutandosi di pensare il rovesciamento del potere come qualcosa per forza catastrofico, come succede in Ragazze elettriche. Soprattutto perché è un discorso fallace. In letteratura, nell’arte, può essere uno spunto bellissimo di narrazione; nella realtà no.»

«La domanda sul potere su cui hai riflettuto Giusi», sottolinea Latronico «è molto importante per analizzare Ragazze elettriche, perché mostra che la battaglia che il femminismo deve combattere non è quella per la parità di genere tra gli oppressori, ma per l’eliminazione di un certo tipo di oppressione.
E se questa battaglia ribalta semplicemente i ruoli di vittima e carnefice, anche se può portare a una situazione storicamente meritata dopo secoli di soprusi, non basta. Anche se c’è tutto un filone di femminismo, detto corporate feminism, che può essere esemplificato dal saggio Facciamoci avanti di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, la cui battaglia è appunto quella per la parità di genere tra gli oppressori.
Ragazze elettriche invece mostra nella sua distopia l’ingiustizia dell’oppressione, a prescindere da chi la mette in atto».

A questo punto il baricentro del discorso si sposta sul versante cinematografico, con Elisa Cuter.

«Nel cinema ritroviamo lo stesso problema degli altri prodotti culturali di cui avete parlato, cioè: a chi si rivolgono i film, compresi quelli che mettono le donne al centro, come gli horror con le final girls o i rape and revenge?
Secondo le teorie femministe classiche, il cinema è dominato dal male gaze, lo sguardo maschile, che oggettifica la donna, che non è mai protagonista e, se lo è, lo è solo per ragioni di esotismo o erotismo.
Ma il cinema può anche ribaltare i piani e riflettere sul genere, e in certi casi in modo ottimo: penso all’esempio recente del film Les garçon sauvages di Bertrand Mandico, presentato l’anno scorso al Festival del cinema di Venezia, che racconta un viaggio iniziatico di un gruppo di ragazzi, in realtà interpretati da attrici donne, che, durante il viaggio si scoprono donne.
È un film molto bello sia per il modo in cui il regista mette in scena il genere e la sessualità ma anche perché declina la stessa idea di Ragazze elettriche, per cui il potere che corrompe è indipendente dai genitali, a modo suo.

Sempre parlando di medium visivo, vorrei aprire una parentesi su Handmaid’s Tale, la serie tv tratta da Il racconto dell’ancella: non l’ho amata particolarmente, e ho trovato abbia delle leggerezze di scrittura molto gravi.
La trama e i personaggi sono presentati in maniera abbastanza manichea: comandanti cattivissimi, che abusano delle donne subalterne, in un mondo disegnato come perverso e molto ipocrita, a tratti molto pruriginoso, una caratteristica tipica del cinema di genere.
Con “pruriginoso” intendo: dire allo spettatore che quello che sta vedendo è sbagliato, facendolo però vedere in maniera tale da titillarlo nello stesso momento. È tutto mostrato, ma mai problematizzato; e non sono d’accordo con questo tipo di approccio.

Una scena tratta da The Handmaid’s Tale.

Ad esempio: la scena dello stupro nel libro è narrata in modo molto forte e grafico, mentre il problema del visivo sta nel fatto che è sempre necessario un punto di vista preciso.
La macchina da presa sta da una parte e indica una posizione da cui guardare. In un libro è un problema che non si pone o in misura minore.
Facendo poi un paragone con Ragazze elettriche: ho apprezzato molto di più quel tipo di distopia rispetto a quella de Il racconto dell’ancella, la cui distopia è basata sulla coercizione e su un sistema chiuso. Alderman invece mostra come all’interno di un sistema di potere così pervasivo ci possa essere anche una serie di interessi personali che porta a voler perseguire una rivoluzione; cosa che alla fine sembra poter ribaltare lo status quo, ma alla fine lo lascia intatto, nel binomio vittima-carnefice, solo con i ruoli invertiti.»

Inevitabilmente si arriva a parlare di educazione e di conseguenza di scuola, la realtà che Giusi Marchetta vive tutti i giorni in prima persona.
«Passando alla scuola, credo ci sia una grande questione da prendere in considerazione: un’enorme mancanza alla base. E lo vedo io stessa, che insegno a scuola. Quando si insegna storia si parla spesso di questioni di genere, ma è assente un percorso vero di consapevolezza di sé, e un riferimento continuo alle oppressioni femminili nei vari periodi storici. Ad esempio, una ricerca sui metodi di aborto prima degli anni ’50 è quasi impossibile, perché riguardava solo il mondo femminile, e nascosto. Di tutte queste esperienze noi abbiamo solo le briciole, e a scuola non si parla nemmeno di quelle.
In mancanza di basi storiche e culturali, gli alunni maschi si formano con l’idea che, ad esempio, le scrittrici importanti in tutto siano tre, perché nel testo di letteratura ne trovano solo tre. Anche se è vero che sono numericamente di meno, bisognerebbe chiedersi come mai, e non pensare direttamente che sia perché le donne sono meno capaci degli uomini. Questo è il ragionamento più logico per un ragazzino che sta crescendo: perché non c’è nessuno che lo avvisa che c’è una Storia di cui non abbiamo le tracce.»

A concludere il dibattito una riflessione da parte di Giulia Cuter sul ruolo della religione nei mondi creati da Alderman e Atwood, che a suo avviso sembra essere ancora un pilastro imprescindibile per la creazione di nuovo ordine sociale.
Per Latronico «l’uso della religione come base dell’ordine sociale è diretta conseguenza del pessimismo storico riguardo la capacità del comunismo di fondare società eque: la religione usata perché non si vede come possibile un futuro ordinamento sociale che passi da un’organizzazione politica.
In più, in entrambi i libri c’è una forte sicurezza nell’inevitabilità storica del capitalismo, che di fatto può essere bloccato solo da una credenza irrazionale più o meno motivata».
Marchetta si dimostra sostanzialmente d’accordo ma preferisce fare «un’ulteriore distinzione, quella tra religione e fede. Analizzando la fede, ha anch’essa a che fare col potere. Ad esempio c’è una scena nel libro di Alderman in cui un ragazzo è abusato dalla fidanzata, e teme che lei possa dargli una scossa così forte da ucciderlo. La reazione spontanea dopo aver letto la scena dell’abuso è chiedersi perché non avesse fatto niente, perché non avesse reagito. La sua risposta è che lui era sicuro che la ragazza avrebbe potuto ammazzarlo, la stessa sicurezza che blocca moltissime donne vittime di violenza che non “reagiscono”. Un altro esempio: a un certo punto uno dei personaggi inizia a fare dei “miracoli”, come dare la scossa a un disabile che per un po’ può riprendere a camminare: metà del miracolo però lo fa il disabile stesso, che crede nelle capacità miracolose della persona col potere.
Il risveglio di questa fede nelle persone è una necessità primordiale, un dire “Sì, questo potere esiste e lo vedo”.
Soprattutto perché affermare il contrario vuol dire affermare di essere libero, e la cosa distruggerebbe tutto l’ordine precostituito».

Immagine di copertina di Enea Brigatti, che coordina questo blog e nel tempo libero si diletta nel ritagliare e incollare la carta.

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