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I livelli del disastro siriano

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– di Shady Hamadi – autore di Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza.

71,533 nomi. Sono le persone scomparse in Siria dal 2011 a oggi. Quel numero, che comprende circa 4000 bambini e 2300 donne, è il simbolo del buco nero siriano e di uno dei livelli della tragedia siriana. Possiamo guardare alla Siria come a un intreccio di scempi. Il primo è quello morale. Continuare a dimenticare i siriani: quelli scomparsi, morti, i civili bombardati e la società civile siriana, concentrandosi solo sulle nostre paure (l’Isis). Sul tavolo degli imputati di questa questione morale vanno messe le élite arabe che hanno continuato, sostenute dall’Occidente (anche quello che porta avanti la retorica del rispetto dei diritti umani e vende armi a Paesi che non li rispettano), a reprimere le loro popolazioni senza farsi carico della trasformazione che, dal 2010 al 2011, molti giovani hanno richiesto. Così, come scriveva bene Randa Taqi al Din, in un articolo del settembre 2015 su al Hayath, c’è “un futuro nero per i giovani nel medioriente” in cui si fa largo una cultura del pessimismo dovuta all’impossibilità di un cambiamento e alla pressante assenza di libertà. Sono infatti questi i motivi che già avevano spinto fra gli anni ’60-’70 del novecento, nel periodo dei golpe arabi che misero al potere le dittature che governarono per mezzo secolo, molte delle migliori teste del mondo arabo a lasciare i propri Paesi e cercare un futuro in Occidente. Oggi, questa vecchia diaspora, a volte scollegata dall’attualità della società mediorientale, si trova di fronte a una nuova generazione – appartenente a quella dei loro nipoti – che bussa alle porte di un Europa che, in nome della stabilità e dei trattati economici, è sempre più spinta a stringere rapporti con i satrapi arabi che promettono la sicurezza e la lotta al fondamentalismo: a patto di non alzare la voce né guardare le carceri arabe.

La seconda questione è l’estrema fluidità politica che vediamo oggi nel Medioriente, in particolare in Siria, in nome di interessi a breve termine. Prima del 2011, Damasco oscillava fra la Russia e gli Usa. Nel 2009 i rapporti fra la Turchia di Erdogan e la Siria di Bashar al Assad erano talmente idilliaci da spingere Ankara a rimuovere i visti per i siriani. Poi, dal 2011 si è assistito al progressivo cambiamento dei rapporti. All’inizio della rivolta siriana ufficiali del servizio segreto turco consegnarono agli omologhi siriani Hussein Harmush, disertore siriano rifugiatosi in Turchia e fondatore del primo nucleo dell’Esercito libero siriano, che apparve una settimana dopo davanti ai microfoni della televisione siriana a ritrattare la sua posizione, dicendo di essere stato pagato da agenti esteri. Harmush morirà fucilato in gran segreto mesi dopo. Dopo questa graduale collaborazione, Erdogan scelse di guidare il fronte dell’Islam politico e di portare avanti la sua propria agenda, spezzando di fatto i legami con Assad. Mosca si arroccò in difesa di Assad e sostenendo il suo alleato regionale: l’Iran. D’altra parte, Mosca fu facilitata dal progressivo disimpegno americano nel Medioriente che aprì nuovi spazzi di influenza. Nel settembre 2015, forse spinta dalla progressiva iranizzazione della Siria, insieme all’offensiva di agosto delle forze d’opposizione, la Russia intervenne direttamente nel conflitto siriano, nonostante Putin, in una “lettera aperta al popolo americano” pubblicata sul New York Times all’alba della strage chimica di Ghouta dell’agosto 2013, aveva sostenuto che nessun intervento doveva e poteva essere fatto in Siria. È pur vero che le potenze regionali hanno cominciato, fin dai primi mesi del 2011, a inserirsi direttamente e indirettamente nel teatro siriano. A Homs, nel 2012, all’inizio dell’assedio della città vecchia che sarebbe più di due anni, fu segnalata la presenza dei pasdaran iraniani. Mentre americani, russi, inglesi e francesi si precipitarono a stabilire rapporti e inviare consiglieri a diversi contendenti pro o contro il governo siriano.

La parcellizzazione del fronte militare opposto a Damasco e delle forze del regime siriano è stata solo questione di tempo. Il fronte dell’opposizione, a causa dell’estrema fragilità della rappresentanza politica, è stato infiltrato da diverse agende di paesi terzi a causa della dipendenza dalle donazioni di questi paesi e dalla mancanza di una cultura politica solida, dovuta della repressione quarantennale della dittatura. Sul campo, senza passare dall’opposizione estera, le potenze regionali hanno armato milizie che hanno portato avanti interessi terzi più che siriani.

Il fronte militare dalla parte del regime, è stato messo sotto pressione dalle diserzioni e dalla creazione di milizie locali – formalmente sotto l’ombrello di Damasco – che hanno cominciato ad arricchirsi con l’economia di guerra : sequestri, estorsioni e traffici di contrabbando. Poi, le forze regionali a sostegno di Damasco hanno cominciato a batter cassa, ampliando la loro influenza anche a livello decisionale militare e politico: basti pensare al ruolo del generale iraniano Qasem Soleimani a riguardo delle operazioni militari. Questo ha provocato tensioni fra i miliziani alawiti, fedeli a Assad, e gli iraniani inviati a combattere nel teatro siriano.

Nonostante questo guazzabuglio di relazioni, abbiamo assistito a numerose svolte nei rapporti bilaterali, l’ultima è stato il riavvicinamento fra Russia, Turchia e Assad che si è concretizzata nella cooperazione contro i curdi del PYD, sostenuti dagli americani come forza di terra anti-Isis, e oggi sacrificati sul tavolo della real politik.

Il terzo punto è culturale. In Europa e non solo, esistono forze politiche di destra e di sinistra che convergono intorno al sostegno di regimi autoritari nel mondo arabo, a cominciare da quello di Assad. Nel corso di questi anni, è capitato che a Damasco si presentassero senatori di sinistra italiani e, mesi dopo, rappresentanze di partiti di estrema destra. Entrambi hanno portato il loro sostegno al governo siriano. Le ragioni di queste convergenze potrebbero essere rintracciate nel disprezzo della democrazia che entrambe queste ideologie provano. La prima, la sinistra estrema, vede in Assad un baluardo all’imperialismo e un eroe della causa palestinese, nonostante siano migliaia i palestinesi incarcerati e scomparsi. L’estrema destra, vede nell’uomo forte di Damasco un altro satrapo dal quale trarre ispirazione: un uomo che ha saputo realizzare la patria, così come la realizzò il campione nostrano del fascismo. C’è il livello della “culturale di massa” che non ha aiutato i giovani siriani e gli arabi a trovare empatia nelle massi occidentali. Gioca un ruolo fondamentale la questione della rappresentazione dell’Islam e gli stereotipi che ruotano intorno a questa fede, al punto che tutto il resto, tutto quello che è oltre l’Islam, dalla letteratura alla filosofia, finisce nel dimenticatoio. Questo fa si che noi, qui in Europa, non riusciamo a vedere altro che fondamentalisti e regimi, giocando il nostro futuro sulla scelta di uno o dell’altro. Tutto quello che è in mezzo scompare.

(Questo articolo è apparso in versione ridotta qui).


Shady Hamadi, Giuseppe Civati,Elly Schlein, Giulio Cavalli, Alessandro Gassmann, Michela Murgia, Giusi Nicolini, Gianni Biondillo, Alessandro Gilioli, Antonio Ingroia, Cisco Bellotti, Ivano Marescotti, Giuseppe Catozzella, Alex Corlazzoli, Eugenio Finardi, Andrea Riscassi, Giovanni Impastato, Giovanni Tizian lanciano oggi su Possibile.it un appello per Aleppo e per la costituzione di zone sicure.

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