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Gli alberi del Sud danno uno strano frutto… Billie Holiday

ARTI, SOCIETÀ Lascia un commento

– di Lilian Thuram

Billie Holiday (7 aprile 1915 – 17 luglio 1959)

Nella New York degli anni Trenta, il Café Society è un night-club unico nel suo genere. La clientela è costituita da uomini e donne di ogni colore, i muri sono stati dipinti dai cosiddetti «gauchisti», gli estremisti di sinistra. Dal soffitto pende un fantoccio di Hitler con la testa di scimmia. Vi si incontrano Charlie Chaplin, Errol Flynn, Judy Garland o Nelson Rockefeller. Perché, nonostante la crisi sia scoppiata e la disoccupazione abbia raggiunto picchi spaventosi, il reddito dei benestanti è cresciuto. Quanto agli altri, si indebitano per continuare a consumare. Con la crisi a fare da sfondo, al Café Society regna un’atmosfera che fa dimenticare la segregazione al punto che, sul palco, una giovane cantante nera, giudicando sgradevole il pubblico, gli volta la schiena, solleva la gonna e gli mostra il posteriore!

Quella donna si chiama Billie Holiday.

Siamo nel 1939, ha ventiquattro anni. La canzone che sta per interpretare è la più commovente e terribile del suo repertorio: si intitola Strange Fruit. I frutti di cui parla sono le persecuzioni: impiccagioni, catrame bollente versato sulla pelle, roghi e molte altre torture all’epoca ancora presenti nel Sud degli Stati Uniti. Tra il 1889 e il 1940 quei crimini hanno già ucciso oltre 3800 neri e alcuni bianchi solidali con le vittime. E continueranno fino agli anni Sessanta.

La canzone Strange Fruit è stata scritta da Abel Meeropol, professore ebreo di origini russe, poeta e compositore che insegna lettere nel Bronx e milita nel Partito comunista. Un giorno Abel vede la fotografia di due neri impiccati a un albero. è una foto del 1930. Non riesce a togliersi quell’immagine dalla testa. A sconvolgerlo di più è scoprire che nel 1939 sei bianchi su dieci sono ancora favorevoli al linciaggio! Nel Sud degli Stati Uniti quelle pratiche hanno sostituito i passatempi dei cittadini, «le fiere, il teatro». È uno spettacolo allegro: vi assistono uomini, donne e bambini vestiti a festa. Al termine dell’esecuzione, il pene della vittima viene tagliato e conservato in un barattolo di vetro, esibito come un trofeo. In quel modo si annienta definitivamente la presunta «potenza sessuale» del nero, che intimorisce.

Billie Holiday si appresta a cantare. Il pubblico e il personale di servizio tacciono. Si spengono le sigarette. La sala è immersa nel buio, poi un riflettore illumina il volto di Billie, le sue labbra rosse, la gardenia che porta sull’orecchio, le mani che tengono il microfono come se fosse una tazza di tè. Chiude gli occhi, piega la testa all’indietro e comincia a cantare con voce ipnotica, senza forzare le parole.

Gli alberi del Sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue alle radici,
un corpo nero oscilla alla brezza del Sud,
strano frutto che pende dai pioppi.

 Sono sbalordito. Ogni parola mi opprime il petto. Mi sembra di trovarmi davanti a quell’albero.

Una scena bucolica del valoroso Sud,
occhi strabuzzati, bocche storte,
profumo di magnolie, dolce e fresco,
e un improvviso odore di carne bruciata.

Sento l’odore della carne che brucia; sembra di assistere alla scena.

Quel frutto sarà colto dai corvi,
raccolto dalla pioggia, spazzato via dal vento,
il sole lo farà marcire, l’albero lo lascerà cadere.

Poi, all’ultimo verso la sua voce aumenta d’intensità, come un grido.

È uno strano e amaro raccolto.

L’ultima nota rimane come sospesa, poi segue il silenzio. La luce si spegne. Nessuno applaude. Poi, in quel silenzio funereo, qualcuno inizia a battere le mani nervosamente. E il pubblico emozionato acclama la cantante.

Sul palcoscenico nuovamente illuminato dai riflettori non c’è nessuno. Dopo aver cantato Strange Fruit Billie non torna mai sul palco a salutare. Qualunque sia l’accoglienza del pubblico.

Nel 1939 Billie Holiday ha vissuto incubi a sufficienza per sapere esattamente cosa significa interpretare quella canzone. Sin dall’infanzia sente in bocca il sapore di quel frutto, quel dolore. Nessuno sa cantare come lei la parola «fame». «Perché mi hanno spezzata e straziata», racconta nell’autobiografia La signora canta il blues. «Tutte le Cadillac e le pellicce del mondo – e ne ho avute parecchie – non possono cancellarlo o farmelo dimenticare.» Nessuno sa cantare come lei la parola «amore». Il clarinettista Tony Scott diceva: «Quando Lady canta “il mio uomo mi ha abbandonata” vedete le valigie pronte, il ragazzo che scende in strada, e sapete che non tornerà mai più». Cantate da lei, le emozioni non diventano mai sentimentalismi, sono il racconto condiviso di un dolore che viene da dentro, e finiscono in pezzi direttamente sul vostro cuore.

Billie nasce a Baltimora nel 1915. I suoi genitori sono molto giovani, com’è tuttora per molte madri che vivono nel ghetto. Suo padre Clarence Holiday ha tredici anni, la madre, Sadie Fagan, quattordici. I due ragazzi stanno insieme soltanto una notte, in occasione di un ballo. Subito dopo si perdono di vista. Clarence, chitarrista jazz, trascorre le notti nei club. Sadie vive di lavoretti e si prostituisce. Non ha tempo né voglia di occuparsi della figlia, la affida così a una zia particolarmente feroce… L’unica persona che abbia voluto bene a Billie è la bisnonna, che una notte muore nel sonno, abbracciata alla piccola. La sua infanzia è un susseguirsi di incubi. A dieci anni viene violentata da un vicino di casa. L’uomo è condannato a cinque anni di carcere, mentre la ragazzina è rinchiusa come una delinquente in un istituto religioso in cui subisce maltrattamenti e umiliazioni. Quando Billie ha tredici anni, la madre, consapevole del suo «potenziale», si ricorda di lei e la fa lavorare in un bordello, dove diventa una «call-girl da venti dollari». All’epoca nel bordello non esiste discriminazione. In compenso, nessuno accetta che una nera frequenti pubblicamente un bianco. «L’unica volta che mi sono sentita libera a riguardo è stata quand’ero giovanissima, facevo la call-girl e avevo clienti bianchi. In quel caso nessuno si preoccupava, perché se lo fai per i soldi, diventa accettabile […]. Quante volte nella vita sono stata in un tribunale? Ho cominciato a dieci anni, ricominciato a quattordici e ci sono stata anche tra quelle due date», racconta.

Poi Billie scopre Harlem, le bische, il jazz che riempie i locali, e un po’ per caso ottiene i primi ingaggi. Ha quindici anni e ricomincia a credere nella vita. Nel 1933 un produttore della Columbia la sente cantare in un piccolo complesso nero. Qualche settimana dopo incide Your Mother’s Son-in-Law e Riffin’ the Scotch. Canta con tutti i geni del jazz che gli appassionati venerano ancora oggi: Lester Young, che la soprannomina «Lady Day», Duke Ellington, Louis Armstrong, Count Basie… La sua voce, l’intonazione, il fraseggio e la sua autenticità attirano i grandi della musica e Billie si ritrova ben presto a esibirsi insieme al gruppo – interamente composto da bianchi – di Artie Shaw. Ma una vocalist nera in un complesso bianco non può essere tollerata a lungo. La tournée viene interrotta. Billie torna a New York, e canta nell’unico luogo che accetti la mescolanza razziale: il Café Society…

Strange Fruit dà un senso alla sua vita. Mette a tacere i bianchi razzisti, soprannominati crackers dal nome dello schiocco che producono quei biscotti quando vengono spezzati; Billie grida la sua verità e accende la voglia di battersi. Quella canzone produce un effetto paragonabile al rifiuto di Rosa Parks di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, il 1° dicembre 1955. Si dice che «se non ha acceso la miccia, [quella canzone] ha senza dubbio alimentato la fiamma» per la liberazione dei neri. Per Angela Davis, militante marxista e femminista, «Strange Fruit ha rimesso la protesta e la resistenza al centro della cultura musicale contemporanea».

Quando, dopo difficoltà facilmente immaginabili, Billie Holiday riesce a incidere la canzone, il disco viene venduto come un manifesto politico.

Lei ne paga le conseguenze. Le autorità la controllano: viene accusata di far uso di droga, di piccoli crimini sui quali in altri casi si chiude un occhio. Gli agenti federali sospettano che simpatizzi con l’ambiente comunista, ed è coinvolta nella caccia alle streghe dell’epoca. Chi si prende di mira quando si arresta una donna famosa come Billie Holiday? La tossicomane? La donna nera? L’interprete di una canzone che condanna i linciaggi? Fino alla sua prematura scomparsa, all’età di quarantaquattro anni, la polizia la perseguita al punto di impedirle di cantare, quelli dell’antidroga entrano nella sua stanza d’albergo, la perquisiscono, la umiliano. I musicisti che la circondano non sono sorpresi da tanto accanimento: è stato così anche per Charlie Parker e per tutti i bebopers, perché quegli artisti denunciano la propria epoca lottando contro la segregazione.

Tratto da “Le mie stelle nere. Da Lucy a Barack Obama” – Lilian Thuram

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