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Di mali minori, geopolitica e siriani

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– di Shady Hamadi – autore de La felicità araba

Sembra facile, almeno sulla carta, spostare schieramenti e trovare soluzioni. Sono cinque anni che osservo questa implacabile “mania geopolitica”, passione della maggior parte dei commentatori del Medioriente. Da quando è cominciata la rivoluzione siriana, prima pacifica poi, a causa della fortissima repressione, militarizzata ho letto fior fior di analisi, una il contrario dell’altra, spesso stilate da Milano o Roma, da giornalisti o commentatori che un giorno si occupano di cucina e quello dopo di Siria.

Inutile ricordare il numero spropositato di articoli, post e analisi prodotte dalla moltitudine di autoproclamati esperti che hanno trovato in Internet il megafono per negare, dalla cucina della loro casa, le evidenze e ricostruire una loro storia della vicenda siriana.

Cinque anni fa, al cominciare della spietata repressione, Bashar al Asad era un tiranno e i morti ammazzati nelle piazze siriane, fatti dal suo esercito\milizia, erano incontestabili. Le vittime erano da una sola parte: quella dei manifestanti. I più sagaci e attivi negazionisti potevano solo dire, ripetendo la propaganda del regime, che c’era un complotto internazionale e che i manifestanti, in realtà, erano pericolosi terroristi ma ottenevano poco ascolto. Quando la guerra è piombata in Siria, grazie all’attendismo della comunità internazionale (Stati, Organismi internazionali, opinioni pubbliche, associazioni), si è iniziato a dire che in Siria c’è il caos provocato dalla guerra.
Questa frase, ripetuta fino alla nausea, l’ho sentita nel corso degli ultimi quattro anni, almeno dal 2012, quando le cose, nella percezione pubblica, hanno cominciato ad annacquarsi.

Però, ora, è il momento di dirci la verità, di togliere il velo che copre i nostri occhi: quella frase è utile a farci accomodare, ancora meglio, fra chi aspetta gli eventi mantenendo la posizione della neutralità. Per sbaglio, un giorno mi capitò di spiegare a un amico siriano incontrato a Beirut che in Siria, secondo l’opinione pubblica, c’era la “guerra e quindi il caos”. Il mio amico, un po’ infastidito, mi ha redarguito, quasi fossi io l’opinione pubblica, dicendomi non c’è il caos nel mio Paese. Chi lo dice non conosce la nostra storia.

In effetti, conoscere la Storia sarebbe un ottimo inizio per molti. Se si cominciasse a mettere in fila gli eventi siriani si scoprirebbe un flusso di scelte sbagliate che hanno spinto il mio Paese nel baratro. Ma la grande beffa, quella che non lascia dormire la notte, è che qualcuno comincia a pensare che il (finto) caos si possa risolvere con la vecchia pratica del “male minore”.

Di fronte all’Isis, in un Paese frammentato in tante Sirie, secondo qualche grande stratega e commentatore, la scelta migliore sarebbe sostenere Asad perché solo lui potrebbe garantire stabilità e aiutarci nella lotta al califfato. Poco importa per il mezzo milione di morti, le decine di migliaia di incarcerati, le migliaia di torturati proprio nel momento in cui leggete questo articolo perché la stabilità viene prima di tutto. Ma di quale stabilità parliamo? Che cos’è in fin dei conti questa stabilità della quale sentiamo spesso parlare? È quella degli affari (dei soldi) e di avere partner che ci garantiscano, promettano, di liberarci di tutte quelle cose che non vogliamo assolutamente risolvere: immigrazione, fondamentalismo, povertà mondiale. I nostri partner, quelli che ci danno stabilità, sono spesso regimi colpevoli di genocidi che mandano i loro rappresentanti in giacca e cravatta a far visita ai ministeri degli Esteri. Su fogli bianchi segnano i problemi che chiediamo di risolvere e, di solito, sono sempre ben contenti di accontentarci. Quei regimi, i nostri partner, non soffrono delle pastoie morali delle quali i nostri governi si vantano: diritti umani, uguaglianza e libertà di stampa. Possono fare quello che sotto-sotto è il desiderio inconfessabile della nostra politica estera.

Appaltiamo quello che vorremmo, ma che non possiamo fare, perché legati a un senso comune in cui il rispetto della vita altrui è, ufficialmente, sopra ogni cosa. Questa è realpolitik e cioè la possibilità che cause giuste, come quella del popolo siriano, vengano rese orfane, tradite, da interessi economici e geopolitici internazionali.

In questi cinque anni, ogni giorno è stato uguale all’altro. Ogni mattina mi sono svegliato pensando a cosa potevo fare per la Siria. Ogni giorno mi sono confrontato con le notizie provenienti dal Paese – decine, poi centinaia di morti ogni santo giorno.

Fino al 2013 ho creduto che Asad non potesse essere riabilitato, poi è arrivato l’Isis e tutto è cambiato. Questo mutamento non è dovuto dal fatto che l’Isis sia davvero il nuovo nazismo o che sia più pericoloso di ogni altra cosa. Dovremmo smettere di demonizzare e rendere quasi innaturale un fenomeno che può essere spiegato. Ma nel sentir comune, la sindrome dell’undici settembre si è fatta più forte che mai e ogni buon senso è sparito, rinchiuso nello sgabuzzino delle nostre paure. In nome della guerra all’Isis, tutti fanno quello che vogliono. Per anni hanno accusato l’opposizione siriana di voler l’intervento militare in Siria e per anni abbiamo – mi ci metto anche io – detto di no, non lo volevamo. Quando nel settembre del 2013, dopo la strage in cui 1400 persone sono morte ammazzate da missili terra terra, contenenti il sarin, nella Ghouta, gli americani sembravano in procinto di intervenire contro il regime siriano, colpevole di aver usato le armi chimiche. Perfino il papa si era è mosso contro un possibile intervento statunitense in Siria. In quei giorni, un mio amico scrittore, Khaled Khalifa, aveva scritto una lettera in cui diceva che: solo le tirannie portano gli invasori in Patria.

Infatti, quasi a predire il futuro, due anni dopo sono arrivati i russi, che bombardano impunemente Aleppo, massacrando centinaia di civili. Ma il papa sta in silenzio, mentre altre associazioni cattoliche parlano solo della “salvezza dei cristiani in Siria”. Non possiamo non dire: al diavolo tutto, perfino la religione. L’uomo e la donna vengono prima di tutto, prima di un crocifisso o di una mezzaluna e il popolo siriano dovrebbe venire prima di ogni agenda politica.

Così non è. Di fronte a queste evidenze, i campioni della causa siriana, attivisti, scrittori, giovani, rimangono inascoltati a urlare a un mondo, arabo e occidentale, totalmente assorbito nella realpolitik. In questo, ahimè, mondo arabo e occidente hanno trovato un punto d’incontro: l’isolamento di questi campioni che sono certo non molleranno mai, consapevoli che è probabile che la giustizia che speravano di ottenere è molto lontana e costa un prezzo di sangue inimmaginabile.

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