Coleman

Free Jazz – in ricordo di Ornette Coleman

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– di Luca Ragagnin

Arrivano alla spicciolata, con il tramonto. Alcuni si frequentano assiduamente e si salutano di conseguenza, altri sono un po’ più guardinghi, anche se nessuno è estraneo a nessuno. New York ha acceso da poco le sue luci e ora pare un mostro mansueto che abbia spalancato gli occhi dopo un prolungato sonno diurno. Ci sono interi isolati che sono dei mondi a parte, autonomi e incuranti di ciò che esiste oltre i loro confini, altre strade e semafori, nuove costruzioni e persone, differenti regole e abitudini sociali. La città si prepara alla casualità della folla. È il 21 dicembre 1960. Agli studi di registrazione A&R sono un po’ preoccupati. I dischi di musica jazz, in genere, si esauriscono in un’unica sessione, è vero, ma esistono sventure capaci di concentrarsi in pochi attimi, e questa sera i tecnici temono qualcosa di simile. Per molti Ornette Coleman, titolare della sessione, ha già rotto abbondantemente i coglioni. Invece di restarsene in Texas, dov’era nato, a suonare rhythm’n’blues per i bovari, saltando sui tavoli tra un piatto di fagioli e un boccale di birra, e eseguendo a dovere il copione del buffone nero che fa divertire l’uomo bianco, il ragazzo si era messo in testa che la musica jazz era un enorme autostrada senza pedaggio per la libertà della coscienza e dell’espressione e che nessuno si era preso la briga di percorrerla, nemmeno gli “strani” della Cinquantaduesima Strada. Infatti, Parker & Co. per le orecchie di Ornette non erano affatto un’inascoltabile aberrazione come sostenevano i critici. Li amava, ma, a parte la velocità d’esecuzione e il giochino di sostituire l’improvvisazione sugli accordi del tema con la creazione di nuove frasi autonome, i boppers non erano affatto dissimili dai tradizionalisti. Era la musica in sé che avrebbe avuto bisogno di un pensiero differente. Lo stava ancora cercando, e spesso lo cercava suonando dal vivo: scavava e scavava, toglieva, disarmonizzava, destrutturava, ma non bastava mai. Dal vivo, poi, lo si vedeva sempre meno, perché nessuno lo sopportava più. I critici si erano appena ripresi da un paio di uragani e finalmente respiravano aria comprensibile, pompando a dovere il jazz bianco della West Coast, elegante e frizzante come il litorale di Hermosa Beach, seducente come un bikini fotografato dal sole, e adesso se ne arrivava questo qua, una specie di gesucristo di colore, sciatto e irrispettoso, che pretendeva di suonare con un sassofono di plastica, senza nemmeno conoscere la musica.
“Io e i miei compagni esprimiamo in musica la nostra mente”, andava dicendo a destra e a manca Ornette. “Ah, sì? E chi cazzo se ne frega. Impara prima che cos’è un accordo”, rispondevano in coro tutti gli altri, non solamente i teorici ma perfino i jazzisti suoi contemporanei. Compagni di spirito, poi, non è che ne avesse molti, all’epoca: un processo eversivo richiede una rigorosissima organizzazione interna e, poiché a meno non se ne può fare, l’uso di un linguaggio comunitario e comprensibile, se no come li trovi i tuoi sodali e sottoposti? Ma Ornette non era George Russell, che dal suonare la batteria era passato a inventare il “Concetto lidiano-cromatico dell’organizzazione tonale”, e tutti giù a dire che era una soluzione splendida sostituire le improvvisazioni basate sull’uso delle scale con altre stabilite dai “modi” della classificazione dell’antica Grecia: improvvisazione dorica, improvvisazione frigia, improvvisazione eolica, locria, lidia e ionica, e che Russell aveva innalzato la musica afroamericana alla dignità della musica eurocolta. “Sai che bravo, a teorizzare son capaci tutti”, aveva pensato Ornette. “Tranne me”, aveva aggiunto mentalmente. Avrebbe peggiorato questa lacuna molti, molti anni dopo, con la creazione dell’Armolodia, una faccenda che nessuno ha mai compreso.

Il primo a arrivare è Don Cherry, il compagno fedele di Ornette. Ha un aspetto sconsolato, ma è una falsa impressione: Don suona una trombetta talmente piccola da poterla nascondere in tasca, così sembra passare di lì per caso, come un curioso che veda un portone socchiuso e ci si infili alla ricerca di qualche gustosa novità. Ha ventiquattro anni come il ragazzo pallido, elegantissimo, pare un attore, che giunge quasi nello stesso istante, preceduto da un’ingombrante custodia per contrabbasso. È Scott LaFaro. Tra sette giorni entrerà in studio con Bill Evans e Paul Motian e registrerà “Portrait in Jazz”, la bibbia per i trii con pianoforte. In questo istante gli restano centottantasette giorni di vita. Poi è la volta di Eddie Blackwell, il buon vecchio Ed, forse il primo ad avere compreso che diavolo volesse combinare Coleman con la musica, un po’ per l’età – ha trentun’anni, uno in più di Ornette- e un po’ perché è un batterista che rammenta perfettamente che cos’è una marcia funebre di New Orleans, e riconosce quel rigore nelle tessiture schizoidi, mai stabili, dell’amico. Ci sarà un suo allievo questa sera, e probabilmente suoneranno l’uno di fronte all’altro, perché Coleman ha scoperto che la libertà non è mai lineare ma bella incasinata e, di conseguenza, ha ingaggiato due quartetti per provare a raccontarla, eccolo qui, Billy, Billy Higgins. Si salutano abbracciandosi e entrano. In pochi minuti, chi da un taxi, chi a piedi, svoltando un angolo, arrivano Freddie Hubbard, Charlie Haden, il temuto Ornette Coleman e il decano della compagnia Eric Dolphy.

Il decano ha trentadue anni. Mentre i fonici, perplessi, allestiscono gli spazi e preparano i microfoni, Ornette estrae da una tasca un foglietto spiegazzato. A osservarlo con sufficienza potrebbe passare come una brevissima poesia tipografica o scritta in una lingua extraterrestre, invece è semplicemente l’intero contenuto dei temi obbligati che gli otto musicisti dovranno eseguire. Ce n’è per un minuto e mezzo, non di più. “Che brani suonerete?”, domanda un tecnico sprovveduto. “Suoneremo noi stessi”, risponde gentilmente Ornette. Freddie Hubbard, che ha ventidue anni ed è piuttosto affezionato a forme musicali con un capo e una coda, spera in cuor suo che il titolo del suo primo disco solista, “Open Sesame”, abbia qui un’applicazione letterale.
Ora tutto è pronto: a sinistra il primo quartetto capeggiato da Coleman, con Cherry, LaFaro e Higgins; a destra Blackwell, Haden e il ragazzino Hubbard, capitanati da Eric Dolphy.

“Pensate a voi stessi, seguite le emozioni, pungolate la coscienza, dimenticate qualunque retroterra: è la testa la vostra unica terra”. Lo afferma con gentilezza, ma con molta determinazione. Gli altri sei lo guardano, Dolphy sorride. Dal banco di regia un braccio si alza, e sopra le teste della compagnia un indicatore rosso si accende. Trentasei minuti e ventitré secondi dopo la Storia era fatta.


Tratto da “Un amore supremo” di Luca Ragagnin – Instar libri
in ricordo di Ornette Coleman, scomparso ieri 11 giugno 2015 a New York

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