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«Forse non assisterete mai più a una cosa del genere» Finale Borg-McEnroe, Wimbledon 1980.

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-Mats Holm e Ulf Roosvald-

Un estratto da Game, Set, Match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis di Mats Holm e Ulf Roosvald.

La rivalità tra Borg e McEnroe diventò un fenomeno globale che contribuì a trasformare il tennis da una disciplina molto seguita allo sport più popolare del pianeta.
I due atleti erano famosi in tutto il mondo e si dividevano le preferenze dei tifosi.
McEnroe attirava le simpatie di un’improbabile accozzaglia di intellettuali, artisti, punk, psicologi e puristi del tennis, che amavano la sua miscela esplosiva di talento e temperamento incontenibile.
Borg – che all’inizio della sua carriera aveva scandalizzato i suoi illustri predecessori con il rovescio a due mani e i colpi arrotati – era ormai il pupillo dei conservatori.
E non solo: in quel duello, lo svedese vestiva i panni dell’eroe taciturno, alimentando le fantasie di quanti volevano vedere trionfare il decoro e la correttezza. Il mondo del tennis stava con il fiato sospeso, in attesa di poter finalmente assistere a una sfida tra i due a Wimbledon o agli Us Open.
E quel momento arrivò, il 5 luglio 1980.

Il mondo intero li aspettava. Nella sua cella a Robben Island, Nelson Mandela era accanto alla radio.
A Västervik, in Svezia, era in corso il campionato europeo Juniores tra la squadra svedese e quella della Germania Ovest, ma quel sabato pomeriggio gli incontri furono sospesi: il quattordicenne Stefan Edberg e il dodicenne Boris Becker si piazzarono davanti alla televisione per guardare insieme la finale.
L’attesa era così spasmodica che quel match passò alla storia come un classico ancora prima di essere giocato.
Borg e McEnroe salirono i sette scalini dallo spogliatoio al Centre Court, passando a fianco del trofeo che si sarebbero contesi, oltre le porte in mogano con la famosa citazione di Kipling: «Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina / e trattare allo stesso modo questi due impostori…».
Arrivarono alla sala d’attesa, arredata con un divano e qualche sedia. Sul divano c’erano alcune coperte destinate al palco reale.
Björn era tranquillo. L’anno precedente, in quella stessa stanza, aveva provato a rompere il silenzio chiacchierando con Roscoe Tanner. Questa volta non parlò.
McEnroe era nervoso, non riusciva a spiccicare parola: non si era mai trovato lì prima di allora. Voleva solo giocare.
Quindi arrivò il giudice arbitro per comunicare che era giunto il momento. McEnroe camminava un passo avanti a Borg.
«Siamo in diretta». La voce di Bud Collins della Nbc risuonò in televisione.
«Ovunque siate, tenete gli occhi ben aperti! Forse non assisterete mai più a una cosa del genere.»
Gli spettatori accolsero Borg con un’ovazione e McEnroe con una selva di fischi. Mai prima di allora una finale di Wimbledon era iniziata con un pubblico già così schierato.
I tennisti entrarono in campo, entrambi con pantaloncini bianchi, felpa rossa e una fascia sui capelli lunghi. Borg era impassibile, McEnroe apparve pallido e nervoso quando la telecamera lo inquadrò in volto.
«Il freddo sangue nordico contro l’insolenza newyorkese» commentò il telecronista della Bbc. Anche i loro stili di gioco erano agli antipodi: i piedi di Borg contro le mani di McEnroe.
I giocatori iniziarono il riscaldamento.
Il primo set fu veloce come un lampo. Il servizio a uscire da sinistra di McEnroe fece a pezzi la difesa di Björn. Le profonde volée dell’americano lo costrinsero a ricorrere ai pallonetti in corsa e a qualche disperato tentativo di passante. Il ritmo e il tocco di palla di McEnroe lo sopraffecero e quando l’americano riuscì a piazzare un elegante rovescio angolato vicino alla rete il punteggio fu di 6-1. Nel secondo set McEnroe mantenne il vantaggio, con ace e servizi su cui Björn riuscì a malapena ad arrivare con la racchetta.
Gli spettatori televisivi, il pubblico del Centre Court, persino i giocatori, tutti ebbero l’impressione che McEnroe avesse una marcia in più, che fosse sul punto di schiacciare Borg. E quell’impressione fece sì che McEnroe iniziasse a preoccuparsi.
«C’è qualcosa che non va se mi trovo così facilmente in vantaggio su un giocatore bravo come Björn» pensò.
Borg provò a interpretare la situazione e si disse: «Piazzagli qualche risposta e fagli arrivare il messaggio: ‘Sono qui, ti riprendo’.
Vedi di fargliele arrivare, queste palle…».
Accadde in fretta.
McEnroe riuscì a rispondere a ogni singolo servizio dello svedese e a procurarsi una palla break dopo l’altra.

Borg tenne duro, e alla fine del set McEnroe sbagliò una facile volée: sulla palla successiva, Björn mise a segno il suo passante e si portò sul 15-30. Con altri due colpi, si era portato a casa il set: 1-1, un risultato che non rendeva giustizia al campo.
McEnroe sembrò crollare all’improvviso: aveva dominato nettamente per più di un’ora, e adesso si ritrovava da capo.
Björn approfittò della situazione per strappargli il servizio all’inizio del terzo set, ma McEnroe non aveva intenzione di arrendersi.
In svantaggio di 4-2 si procurò cinque palle break. Il game durò venti punti e quando terminò, lo svedese era riuscito a tenere il servizio. Nel quarto set fu come se la sua capacità di resistere a oltranza, di tirarsi fuori da qualsiasi difficoltà, lasciasse a McEnroe un’unica possibilità: capitolare. Sul 5-4 Björn si preparò alla battuta, portandosi subito sul 40-15: due matchpoint a favore.
McEnroe spostava febbrilmente il peso da un piede all’altro in attesa del servizio, una fucilata che riuscì a intercettare.
Björn lo pressò con un pesante diritto a incrociare il suo rovescio, scendendo a rete per chiudere la partita, ma l’americano trovò l’unico spiraglio rimasto, un passante di rovescio, e annullò il primo matchpoint.
Björn tornò sulla linea di fondo per aggiudicarsi la vittoria con il secondo, e dopo un altro potente servizio piazzò una volée incrociata che sembrava il colpo vincente, ma McEnroe scattò in avanti e mise a segno un impossibile diritto al volo. Due punti più tardi, dopo due frustate di rovescio, McEnroe si era portato in pareggio. Il pubblico, che aveva appena finito di fischiarlo, esplose in un’ovazione.
[…] Il pubblico stava per esplodere, e improvvisamente il suo idolo era diventato McEnroe.
Borg salvò due setpoint prima di arrivare al 10-9, il quinto matchpoint. L’atmosfera era così elettrica che sugli spalti c’era chi non riusciva a respirare. Qualcuno si alzò urlando ma fu zittito dall’arbitro. Björn si soffiò sulle dita.
McEnroe piazzò un servizio imprendibile sul rovescio di Björn, che non poté farci nulla: 10-10.
[…] 16 -18 e due set pari.
Dal pubblico si innalzavano cori che acclamavano i loro nomi: Boooorg… McEnroe… Borg… McEnroe…

Una scena tratta dal film “Borg McEnroe” di Janus Metz (2017)

Quello che Bengtson e Engstrand cercavano di trasmettere era la tensione insopportabile di quel tie-break, una cosa mai vista in un’arena sportiva.
Servizio di Borg, risposta di McEnroe, volée incrociata di Borg, recupero di McEnroe e passante lungolinea di diritto in corsa…
In quel momento Borg era sicuro di perdere, tanto quanto McEnroe credeva di avere la vittoria in pugno. Il pubblico ormai era decisamente schierato a favore del newyorchese.. Il 5-5 diventò un 6-6. Sul 7-6 per Borg, McEnroe servì e lo svedese si procurò altri due matchpoint.
«Ricordiamoci com’è stato abile McEnroe ad annullare i matchpoint fino a ora» commentò Engstrand. Questa volta però il rovescio di Borg sfrecciò alle spalle di McEnroe: lo svedese cadde in ginocchio sull’erba. «Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta un’altra volta! Non ci credevo più» urlò Engstrand, subito sovrastato dal vocione di Bengtson: «Ha portato a termine un’impresa che non è mai riuscita a nessuno, e che nessuno forse riuscirà mai a ripetere».

Ancora oggi Borg è convinto che quella vittoria a Wimbledon contro McEnroe sia stata il suo momento più bello: «All’inizio stai per vincere, poi per perdere, poi di nuovo per vincere. Vista nel complesso, è stata una finale divertentissima.
Cioè… Ora non voglio esagerare e dire che è stato divertente giocarla, perché in certi momenti è stata tutt’altro, un calvario, è stata stramaledettamente dura, ma quando l’ho vinta… Quella finale aveva tutto: tensione, grande tennis, incredibili cambi di fronte».

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