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Esordire con Tondelli

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– di Andrea Demarchi –

Prima fu l’amico Massimo Canalini, il miglior talent scout degli ultimi trent’anni, a contattarmi al telefono.
Era il febbraio del 1987, e io gli avevo inviato per posta un romanzo cominciato nel gennaio dell’anno prima sotto l’impulso delle letture tondelliane fin lì affrontate, in particolare Pao Pao, che mi aveva catturato particolarmente per il linguaggio – bellissimo, con queste pagine dense e questi periodi lunghissimi, le parti in rima e la sua complessiva musicalità.
Canalini mi disse che il romanzo non andava bene – e aveva ragione da vendere – però c’erano delle pagine interessanti e, forse, qualche capitolo, in forma di racconto, se Tondelli l’avesse giudicato adatto, lo si sarebbe potuto pubblicare nel prossimo volumetto della serie under 25.
Il mio dattiloscritto, così mi fu detto, sarebbe stato in ogni caso passato a Pier Vittorio Tondelli e questo, in fondo, era tutto quel che mi interessava, perché ero già assorbito pienamente dal culto dell’autore di Pao Pao. Aspettai qualche tempo, e invece di una telefonata, ricevetti da Tondelli, scritta di suo pugno, a macchina, una lettera, piena di indicazioni, consigli di lettura (in particolare la raccolta di racconti Ultima fermata Brooklyn di Selby Jr, di cui Tondelli si era servito a suo tempo per preparare il suo scandaloso esordio con Altri Libertini) e, sopra ogni altra cosa, un incoraggiamento a scrivere per essere, dopo un tempo che s’annunciava non troppo lungo, pubblicato.
La lettera conteneva anche un invito dello scrittore ad andarlo a trovare a casa sua, a Milano, in via Abbadesse. «Naturalmente possiamo parlarne, però dovresti venire tu da me, a Milano».
E io, figurarsi, andai, e ci fu questo incontro a casa sua, non distante dalla Stazione Centrale, e per me fu un’esperienza.

L’appartamento si trovava al terzo piano, senza ascensore, e si sviluppava su quattro stanze piuttosto ampie attraversate da un ingresso non sacrificato.
Arioso, anzi, nonostante la formidabile colonna piantata nel suo stesso centro.
Sulla sinistra, entrando, c’era una cucina colma di luce; la stanza successiva era destinata al giovane stilista insieme a cui Tondelli aveva scelto di condividere fin dall’inizio l’appartamento, e opposto a quella si apriva lo studio dello scrittore.
Alle pareti, con scaffalature e montanti in legno chiaro che guadagnavano il soffitto, c’era la bella libreria colma di volumi, alcuni dei quali, presumibilmente quelli che lo scrittore consultava maggiormente in quel periodo o di cui doveva occuparsi per recensirli, venivano esposti come in vetrina.
Per prima cosa, Tondelli mi fece vedere l’ur-testo, il proto manoscritto di Altri Libertini.
E mi disse: «Guarda, è incredibile, però ci sono molte cose che tu hai raccontato, vicinissime a questa cosa che ho scritto da giovane», dispiaciuto che fossi costretto a rimettere le mani daccapo sul mio lavoro e, per incoraggiarmi, diceva: «Guarda che anch’io, per arrivare a Altri Libertini, sono partito da queste pagine e pagine che poi ho dovuto dimenticare».
Di quel suo ur-testo mi lesse, ricordo, un episodio che in un certo senso aveva dei collegamenti con il mio romanzo. Lesse ad alta voce quell’episodio, per indicarmi una trappola in cui ero caduto e in cui, diceva sorridendo, a suo tempo era caduto anche lui.
Si trattava di una scena dove, come nel mio dattiloscritto, si dava conto di una violenza.
Nel mio testo, dopo la brutale aggressione subìta da un gruppo di balordi sul greto d’un torrente, il protagonista Emilio si rifugiava a casa di un amico, e, subito, arrivava questa lunga conversazione fra i due a letto, nel corso della quale l’amico provava a consolare il protagonista.
E Tondelli, scherzando, mi disse: «Vedi, anche tu metti in campo la scena della suora, dell’amico consolatore. E invece no, tagliala, e lascia che la scena finisca dove deve, e cioè con l’atto di violenza subìto da Emilio. Per fare un finale asciutto, potresti guardare le ultime righe di Postoristoro, quando il racconto sfuma senza commenti, senza nessun punto di vista analgesico e però con questa scena del giovane protagonista che s’allontana su gambe magre simili alle stampelle di un povero martire della patria».
Ebbene, io lavorai non solo al mio finale ma feci proprio una scomposizione di Postoristoro, il primo racconto di Altri Libertini, e cercai di costruire il mio testo, che infine sarebbe divenuto Emilio ’87, con un’analoga partitura.
Gli scambi con Aldo Tagliaferri, editor alla Feltrinelli ai tempi di Altri libertini, dovevano averlo preparato, inquadrato, e Tondelli mi trasmetteva quel che sapeva e che aveva sperimentato su di sé.

Roma, marzo 1988. Da sinistra a destra: Andrea Mancinelli, Andrea Demarchi, Tonino Sennis, Pier Vittorio Tondelli, Romolo Bugaro, Giuseppe Borgia.

C’era in lui una forza riconoscibile, un genere di saldezza della quale colui che ne è in possesso può persino non rendersi conto e che pure gli consente il movimento, l’impulso a visitare tante specificità in un vasto ambito di campi.
Ed era chiaro anche in che misura possedesse attitudini spiccate per l’umorismo, in che misura esse non avessero nulla a che fare con l’autodifesa dal mondo ma fossero, piuttosto, un’altra forma, sorgente in superficie, della sua forza, del fondamento saldo che lo ha sempre abitato.

Andrea Demarchi è nato nel 1964 a Chivasso (Torino). Ha esordito con un racconto, “Emilio ‘87”, nel secondo volume del progetto Under 25. Belli e perversi (Transeuropa, 1988).
Ha pubblicato poi Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant (Mondadori, 1996), Il ritorno dei granchi giganti (Theoria, 1996) e I fuochi di San Giovanni (Rizzoli, 2001).

Illustrazioni di Susanna Galfrè, studentessa al secondo anno di IED a Torino.

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