Willy Verginer (10)

Esercitare l’arte dell’attesa

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-di Andrea Köhler –

Un estratto da L’arte dell’attesa, un saggio della scrittrice e giornalista tedesca Andrea Köhler in uscita per add editore a ottobre 2017, tradotto da Daniela Idra.

Un po’ di autentica angoscia

Dove sei?

La fatale identità dell’innamorato
non è altro che: io sono quello che aspetta.
(Roland Barthes)

All’inizio di Parla, ricordo, Vladimir Nabokov racconta di un «soggetto cronofobico» assalito dal panico nel guardare per la prima volta certi filmini girati in casa dei genitori qualche settimana prima della sua nascita.
«Vide un mondo praticamente immutato – la stessa casa, le stesse persone – e si rese subito conto che lì dentro lui non c’era e che nessuno si affliggeva per la sua assenza.» Lo turbò anche un cenno che sua madre faceva da una finestra del piano superiore, perché gli sembrò un gesto di addio.
Ma «a spaventarlo fu soprattutto la vista di una carrozzina nuova di zecca che se ne stava là, sotto il portico, con l’aria compiaciuta e invadente di una bara; anche quella era vuota, come se, nel procedere a ritroso degli eventi, le ossa stesse, le sue ossa, si fossero disintegrate».

«La culla dondola sopra un abisso» scrive Nabokov – e anche se la nostra esistenza è solo «un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra», la fine davanti a noi ci appare più minacciosa del nostro precedente non-esserci ancora. È come se qualcosa ci aspettasse nel futuro, qualcosa che in verità abbiamo già alle spalle: il niente – comunque esso sia fatto.
Tutta la nostra vita, è quindi un’attesa di qualcosa che viene dimenticato con il primo vagito.

«ATTENDERE, verbo, guardare in una direzione, rivolgere la propria attenzione a qualcosa, occuparsi, dedicarsi, accudire qualcuno, aspirare, aspettare ecc.»

Questa la definizione del Dizionario dei Grimm, secondo cui la locuzione «attendere qualcuno» nel significato attuale apparve solo nel XVI secolo. Uno sguardo al dizionario ci dice inoltre che l’evoluzione semantica del termine racconta già una lunga storia dell’attesa.
Il termine «attendere» nel senso di «servire» affermava un tempo una disparità di potere, la cui forma più civilizzata è ancora oggi contenuta nella bella espressione anacronistica «attendere a qualcosa».
Nel significato di «curare», l’attesa è ormai finita nel reparto attrezzi. Ma il desueto «custodire» o «badare a qualcosa» si ritrova ancora nella figura dell’«attendente», la cui professione in un certo senso promette il contrario di ogni attesa, cioè la presenza.
Il termine oggi comunemente usato compare soltanto nell’ultimo periodo dell’alto tedesco medio, ossia nel XIV secolo, e solo quattro secoli dopo si aggiungeranno quei complementi avverbiali che testimoniano i tormenti dell’attesa. È dall’epoca di Goethe, infatti, che si aspetta «con desiderio», «con impazienza» e «con dolore».

Perciò, forse non è sbagliato esprimere in termini fisici lo stato di impotenza provocato dall’attesa: aspettare procura dolore.
Qualcosa si contrae in una regione del corpo, si crea una specie di corrente d’aria fra due porte lasciate aperte per distrazione. L’attesa ha diverse temperature.
Si può aspettare con il freddo nel cuore o bruciando di desiderio.
Sicuramente più difficile è capire cos’è che procura dolore, che scalda l’animo o lo ricopre di brina. Perché l’attesa è al tempo stesso immaginaria e concreta: un’illusione il cui sembiante reale ci viene negato dalla realtà stessa.

Se attendiamo la persona amata, l’aspettativa cresce fino a diventare desiderio, a volte follia.
Nell’amore, infatti, l’attesa sviluppa una dinamica che tocca le profondità dell’esistenza. Evoca il congedo, un congedo che sta sempre dietro, ma anche davanti a noi.
«La culla dondola sopra un abisso»: a chi aspetta viene sempre in qualche modo ricordato questo abisso.
«La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta», scrive Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso, una sorta di alfabeto erotico in cui aspettare e amare sono quasi sinonimi.
Chi ama non può mai permettersi di arrivare in ritardo. Il desiderio arriva puntuale. È fratello dell’angoscia.

«“Sono innamorato? Sì, poiché sto aspettando”. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa faccia io mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo.»

Immagine di copertina: Willy Verginer, Cecità voluta, 2007 (legno di tiglio e pittura acrilica, Galleria Arte boccanera contemporanea, di Trento).

 

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