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Da questo momento fate la storia senza di me

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-di Mirko Capozzoli-

Pubblichiamo la prefazione di Fate la storia senza di me, firmata da Mirko Capozzoli.
Fate la storia senza di me è una raccolta dei diari carcerari di Albertino Bonvicini, ma anche un documentario, sempre a cura di Capozzoli, che ricostruisce la tormentata vicenda di questo ragazzo che ha attraversato gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta con impeto e rabbia, sempre in fuga, inseguendo i fantasmi che hanno segnato una generazione.

Avevo da tempo il desiderio di raccontare una storia che avesse come scenario la mia città e gli anni Settanta.
Sono nato a Torino nel 1974 da una famiglia venuta dal Sud e sono cresciuto tra i vecchi ballatoi di Vanchiglia, un quartiere popolare a ridosso del centro storico.
La mia casa si trovava a poche centinaia di metri dagli uffici di “Lotta Continua” e nei pressi di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche.
I miei ricordi di quegli anni sono confusi e per lo più legati ai momenti privati, ma ce ne sono alcuni che sono più vivi di altri: per esempio non ho dimenticato il giorno in cui mia madre mi ha mostrato il giornale con la foto della mia giovane insegnante accusata di appartenere a Prima Linea.
Avevo sei anni ma avevo già letto questa scritta sui muri del mio quartiere insieme a mille altre: “Brigate Rosse“, “facoltà occupata“, “fuori i compagni dalle galere“, “Steve e Yankee liberi“.
Ogni mattina andando a scuola passavo davanti all’università e a quelle scritte che trovavo divertenti da decifrare, che poi lentamente sono svanite dai muri della città e dalla mia memoria.
Un altro ricordo è legato al rogo del bar Angelo Azzurro e alla morte tragica di Roberto Crescenzio, un nome che ho sentito rievocare sottovoce dai miei genitori passeggiando sotto i portici di via Po, un nome legato ad alcuni dei momenti più piacevoli della mia vita avendo giocato per anni nel parco a lui dedicato.
Anni dopo ho compreso che quel poco che conoscevo della storia recente italiana non era abbastanza.
Ho cominciato una ricerca fatta soprattutto di letture appassionate ma anche di cinema e di televisione, a partire dalla Notte della Repubblica di Sergio Zavoli.
Fate la storia senza di me è in un certo senso il compimento di un percorso personale, il desiderio realizzato di guardare negli occhi la storia ascoltandone direttamente i protagonisti.
Il mio viaggio comincia nel 2005 insieme a un amico, Stefano Franchini, che mi suggerisce di leggere Portami su quello che canta di Alberto Papuzzi.

Prima di allora non avevo mai sentito parlare di Albertino e non conoscevo nessuna tra le centinaia di persone che avrei incontrato in seguito.
In questo libro ritrovo una storia che Marco Tullio Giordana aveva in parte ripreso nel film La meglio gioventù, ovvero la vicenda giudiziaria dello psichiatra Giorgio Coda, accusato di aver torturato i malati dell’Ospedale psichiatrico di Collegno e i piccoli degenti di Villa Azzurra a Grugliasco, luoghi che conosco piuttosto bene essendomi trasferito da alcuni anni in questa zona.
Le due strutture, distanti fra loro poco più di un chilometro, oggi destano nei visitatori sentimenti contrapposti: la prima, una certosa seicentesca, ha perso il carattere cupo degli anni manicomiali ed è divenuto uno dei set cinematografici piemontesi più utilizzati, sede di servizi sanitari, ma anche arena estiva e parco pubblico dedicato alla memoria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; la seconda invece giace completamente in rovina, circondata da una recinzione fatiscente e da cartelli che segnalano il rischio di possibili crolli.
Villa Azzurra non lascia mai indifferenti; è difficile descrivere il vuoto e la sofferenza d’animo che si prova camminando tra i suoi corridoi.

Sono in pochi, anche in città, a ricordare il caso Coda, è come se la vicenda fosse stata rimossa.
Inoltre i protagonisti, lo psichiatra e i suoi pazienti, sono da tempo scomparsi, irrintracciabili, o impossibilitati a parlare per il loro stato di salute.
In maniera fortunosa riesco a contattare l’ex infermiere Pino Biasini, l’unico ad aver sfidato Giorgio Coda nell’aula di tribunale, l’unico tra il personale dell’ospedale a testimoniare contro il medico.
Pino mi riceve nella sua casa accogliendomi con una frase chiarificatrice: «Ho accettato d’incontrarti perché sei il figlio di un compagno», riferendosi all’attività volontaria che mio padre svolge presso il Sindacato pensionati italiani della Cgil.
Non ama raccontare il suo passato alle dipendenze di Coda, è una ferita, così come quella di essere stato lasciato solo in tribunale. In breve tempo diviene un mio caro amico, sono affascinato dalla sua passione per il disegno e per la sartoria, dalle sue storie di ex militante del Pci. Nel 1969 aveva firmato uno dei primi documenti di contestazione del sistema manicomiale e tre anni più tardi aveva partecipato a un importante esperimento collaborando all’apertura di un ambulatorio esterno al manicomio.
Insomma questa dell’infermiere è una di quelle storie originariamente secondarie che nei documentari rischiano di diventare improvvisamente la traccia principale.
Purtroppo però una mattina d’estate Pino muore, e quella strada si interrompe.
Sino a quel giorno avevo incontrato altre persone eccezionali come Bianca Guidetti Serra, uno dei due avvocati di parte civile nel processo Coda, oppure Piera Piatti, un’ex assistente sociale, allieva di Basaglia, che con l’Associazione per la lotta contro le malattie mentali aveva fortemente contribuito alla fase istruttoria. Tuttavia dentro di me si era fatta strada la convinzione che fosse impossibile raccontare in maniera convincente l’intero caso per la mancanza di alcuni elementi da cui non si poteva prescindere, e la morte di Pino non aveva fatto altro che aumentare i miei dubbi.
Dunque da dove ricominciare?
Riprendo a leggere Portami su quello che canta alla ricerca di uno spunto.
Ritrovo fra quelle pagine la storia di Albertino che sin dal primo momento mi aveva suscitato compassione ma che poi avevo smarrito fra le altre cento che questo libro raccontava.
La sua testimonianza aveva fatto breccia nell’omertà che proteggeva il sistema manicomiale piemontese.
L’Italia intera s’era commossa e indignata. Dalla lettura deduco che Albertino abbia meno di cinquant’anni e probabilmente sia in buona salute, insomma un testimone perfetto,quanto basta a ridarmi la speranza di aver trovato una nuova strada.
Non mi resta che scoprire che fine abbia fatto.
Per la prima volta entro nella sede di un giornale: “La Stampa”. Mi sorprende il caos redazionale: scrivanie ingombre di quotidiani e telefoni che squillano in continuazione.
Alberto Papuzzi mi racconta la vita di Albertino brevemente e senza troppi dettagli: l’affidamento alla famiglia Berlanda, l’adesione al movimento del Settantasette, il coinvolgimento nella lotta armata, il carcere, la tossicodipendenza, l’esperienza televisiva in Rai con Giuliano Ferrara e infine la morte per Aids.
Esco dal giornale con la consapevolezza di aver trovato una storia da raccontare.
Da quel giorno Albertino non è più soltanto il bambino torturato da medici aguzzini ma diviene per me il paradigma di una vicenda complessa che non sta mai ferma, piena di zone d’ombra e in cui è difficile avere delle certezze.
I coniugi Berlanda vivono in una bella casa ai piedi della collina torinese, lo stesso appartamento che trovò Albertino arrivando qui nel dicembre del 1971 all’età di tredici anni.
Franco Berlanda e Bianca Montalenti si sono conosciuti durante la Resistenza, dopo la guerra la loro casa divenne uno dei luoghi più frequentati dagli intellettuali e politici comunisti come Italo Calvino, Pinna Pintor, Ugo Pecchioli e Sergio Garavini.
Un ambiente molto stimolante dove tra discussioni interminabili si sognava di ricostruire un’Italia diversa.
Bianca mi riceve sorpresa dalla mia visita, avevamo parlato il giorno prima al telefono e concordato l’appuntamento ma ha semplicemente dimenticato ogni cosa.
Ci sediamo, davanti a me un’intera parete di libri e una foto che ritrae Franco Berlanda insieme ad altri partigiani mentre marciano nella Torino liberata.
Le faccio poche e generiche domande, del resto con quale diritto uno sconosciuto può chiedere a una donna di quasi novant’anni del figlio morto? In seguito avverranno altri incontri con la famiglia Berlanda, sempre più familiari e piacevoli.
Nel 1971 Bianca era un’insegnante di scienze e aveva un negozio di mobili moderni molto conosciuto in città; aveva
due figli grandi, Alvar e Alice, che per motivi diversi erano lontani da Torino.
Bianca era entrata in contatto con Albertino attraverso due amiche, l’avvocato Bianca Guidetti Serra e la professoressa Livia Di Cagno, che aveva in cura il bambino presso la Clinica pediatrica dell’Università di Torino.
Quando Albertino è stato affidato alla famiglia Berlanda aveva un impressionante curriculum di ricoveri presso numerosi orfanotrofi e ospedali: Istituto Valle di Carmagnola, Istituto Elio Teti di Ceriale, Casa del Sacro Cuore di Montaldo di Cerrina, Ospedale di Casale Monferrato, Ospedale psichiatrico di Collegno, Istituto Psicomedicopedagogico Villa Azzurra di Grugliasco, Convitto Valdese di Torre Pellice.
Perché Albertino era finito in questo vorticoso e sfortunato viaggio?
Le uniche informazioni attendibili che trovo sono all’archivio del Tribunale di Torino e su alcuni articoli comparsi
nei giornali torinesi.
Silvana, la madre biologica di Albertino, è morta nel 1984 e il padre si è reso irreperibile da quando nel 1960 si è arruolato nella Legione Straniera.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta la famiglia Bonvicini viveva in via Filadelfia, nei pressi dello Stadio Comunale di Torino, come attesta un articolo apparso nel 1959 sulla “Stampa” che registra in breve un tentativo di suicidio di Silvana.
Renato Celeste, ex direttore della Casa del Sacro Cuore, è l’unico fra i testimoni che incontro ad avere un ricordo preciso della madre di Albertino. Mi accoglie nella sua casa di Montaldo di Cerrina, nelle immediate vicinanze dell’edificio che ospitava l’orfanotrofio.
Percorrendo la strada che porta in cima non mi è difficile immaginare Albertino e sua madre immersi nei colori dell’autunno quando nell’ottobre del 1966 sono saliti quassù tra le colline del Monferrato; se un giorno decidessi di farne un film credo che questa sarebbe la prima scena.
La Casa del Sacro Cuore era un istituto a carattere famigliare fondato nel 1961 dalla vedova di un funzionario dellaquestura milanese.
L’edificio aveva una facciata rassicurante, un’aula moderna per l’insegnamento, due dormitori dotati di armadietti personali, una sala d’attesa elegante e servizi igienici a misura di bambino; costo della retta: £ 25.000 comprensive
di riscaldamento.
Silvana aveva appreso dell’esistenza di questo luogo da un volantino lasciato sul bancone di un bar di Gassino che frequentava abitualmente, il locale era gestito da una donna, madre di tre pregiudicati, uno dei quali, “il Moro“, era il suo protettore, un uomo violento con la passione per le moto di grossa cilindrata e le auto americane.
Da circa un anno, dopo aver lavorato saltuariamente come parrucchiera, la vita di Silvana si svolgeva prevalentemente tra il bar di Gassino e il ponte sul Po di Chivasso dove attendeva i clienti.
Nei pressi aveva preso in affitto un piccolo appartamento da Mariuccia, una sua cara amica, forse l’unica persona che in quegli anni turbolenti ha cercato di starle vicino.
Quando Albertino è entrato in orfanotrofio si era presentato spaurito, temeva continuamente di essere picchiato; erano evidenti sul corpo i segni di percosse che egli stesso imputava a uno zio che altri non era se non “il Moro“.
Nei primi tre mesi di permanenza Albertino aveva sofferto di crisi improvvise e aveva tentato più volte la fuga per raggiungere la madre, preoccupato di non poterla rivedere, come era già accaduto durante il ricovero precedente. È qui a Montaldo di Cerrina che Albertino ha dato una brusca accelerata al proprio destino, ingoiando per gioco una biglia di vetro che lo porterà nei gironi infernali del manicomio come ha raccontato Alberto Papuzzi nel suo libro.
«Si avvelena perché non può tenere con sé il figlioletto», titola “La Stampa” in un articolo apparso il 4 ottobre 1967. Silvana aveva tentato disperatamente di riprendersi il bambino che dall’agosto dello stesso anno si trovava all’Ospedale psichiatrico di Collegno, ma il Tribunale dei minori aveva già da qualche tempo avviato la pratica per dichiarare i coniugi Bonvicini decaduti dalla patria potestà.
Negli atti si legge: «la madre, da parte sua, dopo un primo tentativo di assicurare a sé ed al figlio una conveniente sistemazione, si è lasciata fatalmente andare sulla via dell’immoralità e della perdizione, avvilendosi al rango della prostituta e, quel che è più grave, coinvolgendo in questa sua vita disordinata ed immorale la propria creatura […]».
Albertino ha cercato e ritrovato sua madre tra il 1977 e il 1978, ma dopo il primo incontro non si sono più rivisti.
Quando Albertino è entrato a far parte della famiglia Berlanda la sua vita ha percorso i binari della normalità solo per pochissimo tempo. Dopo alcuni mesi ha cominciato a disertare la scuola e a fuggire da casa, qualche volta addirittura calandosi dai balconi.

A quindici anni si è unito a una banda di ragazzini di Porta Palazzo, quartiere popolare di Torino, e in breve è finito nel carcere minorile Ferrante Aporti accusato di furto d’auto.
In un articolo apparso nella “Stampa Sera” il 28 febbraio 1973 si legge: «Quattro ragazzi fuggiti dal Ferrante Aporti stanotte sono stati protagonisti di un grave episodio di violenza.
Sono due quindicenni e due di 17 anni, eppure dopo essersi salvati a stento da un grave incidente mentre cercavano di fuggire su un’auto rubata, hanno lottato selvaggiamente con gli inseguitori della Volante […]».
La fuga è un elemento ricorrente nella vita di Albertino, del resto già alcuni anni prima nel diario clinico di Villa Azzurra una psicologa aveva annotato: «Alle 19,30 fugge dall’Istituto e ci viene riaccompagnato poco dopo mentre si dirigeva verso il Comando dei Vigili Urbani di Grugliasco»; «Si ribella alla disciplina scolastica uscendo dalla finestra dell’aula, si arrampica su per la grondaia sino al terrazzino sottostante il tetto»; «Ammette di aver fatto tutta una serie di monellerie culminanti ieri in una spettacolare fuga sui tetti. Anche questa mattina voleva uscire dalla finestra del 1° piano. Alle infermiere risponde di essere fatto così».
Nonostante i primi gravi problemi la famiglia Berlanda non ha rinunciato all’affidamento di Albertino, né rifiuterà
di aiutarlo in seguito quando cominceranno i problemi di tossicodipendenza o quando verrà arrestato con l’accusa di essere un terrorista vicino a Prima Linea.
Capelli cortissimi, volto magro e scavato, così appare sui giornali il 3 maggio 1981 quando viene fermato dalla polizia in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti.
Albertino avrebbe partecipato il 2 dicembre 1977 al ferimento dello psichiatra Giorgio Coda; il medico di Villa Azzurra era stato raggiunto nel suo studio privato di via Casalis, legato a un termosifone e colpito con cinque proiettili alle braccia e alle gambe.
Tuttavia Albertino sarà assolto da questo reato, così come dall’accusa di partecipazione a banda armata; verrà invece condannato per il rogo del bar Angelo Azzurro perché – si legge nella sentenza di primo grado del 12 gennaio 1983 – «agendo in più di cinque persone e concorrendo con ruoli diversi nella decisione ed esecuzione del reato, cagionavano l’incendio del bar mediante lancio, al suo interno, di numerose bottiglie incendiarie e oggetti vari» e «perché, come conseguenza non voluta cagionavano la morte di Roberto Crescenzio, rimasto ustionato a seguito dell’incendio sviluppatosi nel locale indicato».
La tragedia di Crescenzio ha lasciato un segno indelebile nella città di Torino, un senso di colpa generalizzato. Sono trascorsi più di trent’anni dal giorno della sua morte, ciò nonostante sono in molti, tranne rarissime eccezioni, a non volerne parlare.

Albertino aveva incontrato la protesta giovanile degli anni Settanta.
Insieme a un gruppo di amici aveva occupato un vecchio edificio comunale e fondato il circolo del proletariato
Barabba, un luogo frequentato dal mondo variegato della sinistra extraparlamentare.
Dopo i fatti dell’Angelo Azzurro alcuni tra loro daranno vita a un’organizzazione: le Squadre Armate Proletarie, una struttura flessibile interna al movimento di contestazione.
«Quando Albertino si avvicina a questo dibattito», mi racconta Francesco D’Ursi, amico di Albertino e uno dei leader del circolo Barabba, «lo capisce, lo accetta, lo pratica e poi si convince che è la strada sbagliata e quindi nella primavera del 1978 decide di staccarsi da tutto il gruppo. Si stacca in modo anomalo, nel senso che scrive un manifesto […] in cui critica la mia determinazione e la mia visione, adesso non ricordo cosa aveva scritto, comunque ricordo un manifesto piuttosto duro, credo, se non ricordo male, che questo manifesto gli valse la qualifica di dissociato ante litteram dal processo, quindi venne assolto da parecchi reati, proprio in virtù del dissenso forte che aveva espresso nei confronti della lotta armata.»
Sono in molti tra gli ex compagni del circolo Barabba a ricordarsi di questo manifesto e in particolare di una frase che Albertino aveva scritto in chiusura: «da questo momento fate la storia senza di me».
Albertino è rimasto in carcere due anni e sette mesi, il tempo di prendere la maturità artistica e di festeggiare dietro le sbarre l’Italia campione del mondo.
L’ultima parte della sua vita Albertino l’ha trascorsa felicemente a Roma.
Tra il febbraio 1985 e l’aprile 1986 ha lavorato come vicesegretario di redazione a “Reporter“, un nuovo giornale nato dalle ceneri di “Lotta Continua“.
Incontro l’ex direttore Enrico Deaglio nella sua casa di Milano: «Le sue doti di simpatia e intelligenza non passavano inosservate, Albertino aveva questa capacità molto rara, che credo sia delle persone che hanno vissuto sofferenza, che hanno vissuto umiliazioni, che era quella di capire immediatamente se una persona era buona d’animo o era una persona gretta, i suoi giudizi sulle persone erano fulminanti».
Durante i quindici mesi di lavoro al giornale Albertino aveva stretto amicizia con Igi Capuozzo, Carlo Panella, Giovanni Forti, Adriano Sofri, ma in particolare si era legato a Giuliano Ferrara con il quale più tardi
collaborerà in Rai.
L’amicizia tra Albertino e l’attuale direttore del “Foglio” a una prima lettura potrebbe apparire sorprendente, ma incontrando Giuliano Ferrara nel suo ufficio sul Lungotevere romano è stato per me facile comprendere quanto il loro legame sia stato intenso e sincero.
Albertino, ragazzo continuamente in fuga da un destino che pareva rincorrerlo, aveva incontrato una figura paterna e rassicurante.
Gli anni di Roma si potrebbero riassumere con una bella foto che ho ritrovato solo l’estate scorsa: Albertino sorridente davanti alla sede Rai, in attesa di entrare in uno studio televisivo.
Poi tutto è precipitato velocemente, ma questa è un’altra storia.
La mia personale ricerca alla scoperta di Albertino è andata avanti per sei anni.
La famiglia Berlanda e gli amici hanno scavato nei loro ricordi, ognuno mi ha restituito un tassello unico e prezioso.
Molte volte mi sono domandato se fosse giusto quello che stavo facendo, se fosse corretto, ma sono sempre andato
avanti perché ero convinto che la storia di Albertino andasse recuperata per un atto di giustizia nei suoi confronti e per contribuire con un piccolo mattone a ricostruire quella memoria collettiva di cui in Italia siamo orfani.
Il fatto che io fossi un trentenne e che Albertino fosse morto a trentatré anni aveva stabilito tra noi un legame ideale.
Inoltre credo la mia età mi abbia messo nelle condizioni di avvicinarmi alle persone e alle loro storie con sincerità e scevro da pregiudizi.
Alla fine di questo viaggio resta la fatica ma anche la consapevolezza di aver ricevuto da Albertino molti doni.
Uno dei più preziosi è stato leggere il suo diario che scrisse ostinatamente durante la carcerazione, mi ha confortato scoprire tra quelle pagine che avesse il desiderio di scrivere un libro che parlasse della sua vita e del suo passato; un altro dono speciale è stato ritrovare in lui qualcosa di familiare e misterioso che non saprei decifrare, forse la Torino della mia infanzia, immersa tra la nebbia del Po, con le scritte di protesta sui muri e le montagne innevate a fare da cornice.

Mirko Capozzoli vive a Torino dove è nato nel 1974. Si è laureato al Dams e ha lavorato per diverse società italiane e istituzioni museali, come regista e montatore video.
Il suo documentario Fate la storia senza di me è stato selezionato alle Giornate degli Autori nell’ambito della 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.

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