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Cronache dall’esilio: la banalità delle persone straordinarie

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– di Shady Hamadi – autore di Esilio dalla Sira. Una lotta contro l’indifferenza.

Per molti anni ho lavorato al bar. Facevo il barista e il cameriere. Nel bar dove lavoravo c’era una presenza fissa.

La vedevi arrivare la mattina di soppiatto. Stava seduta al solito tavolo, bevendo il solito caffè macchiato, e ti fissava – come al solito. Rimaneva in quella posizione fino a mezzogiorno, poi andava a casa e ritornava alle due, giocava al videopoker e quando perdeva – come sempre – si sedeva allo stesso tavolo della mattina e ricominciava a fissarmi.

Si chiamava Bruna, io la chiamavo “La Bruna”, mettevo l’articolo prima del suo nome perché pensavo fosse unica. Osservava ogni tuo movimento e ti interrompeva: “non stai pulendo bene! Il caffè non si fa così! Ma che acqua schifosa! Ma come gestisci il bar, sei incapace!”. La Bruna, per tutto il tempo, faceva l’unica cosa che le riusciva meglio: criticava. La sua voce stridula, che gridava cercando qualcosa che non andava, era una litania ossessiva.

Poi, per fortuna, è partita. Ha lasciato la casa che aveva vicino al bar dove lavoravo per trasferirsi in una città lontana, molto lontana, e criticare là, lontano da noi. La Bruna vi sarà capitato a tutti di incontrarla, è ovunque. Non è costruttiva. Trova gusto a disintegrare le idee, i progetti belli. Non è mai propositiva, altrimenti non sarebbe la Bruna. La Bruna, se non ha Facebook, la trovate in giro, altrimenti è su Facebook che esprime critiche per ogni cosa.

La Bruna l’ho rivista dal vivo all’incontro di domenica 10 aprile alla Casa della Cultura di Milano con Khaled Khalifa. Aveva portato fratelli e sorelle. Si era seduta, nascondendosi per paura che la riconoscessi, e aveva aperto il suo quadernetto di appunti. Era andata in bagno a segnare la prima critica “c’è solo un rotolo di carta igienica e non due!”. Poi, “il colore delle pareti è brutto”. Infine, a conferenza iniziata, “si è messa a contare i respiri di tutti, gli incespicamenti nel parlare. Non ha ascoltato Khalifa, era impegnata a osservare se c’erano macchie sulla mia camicia. Alla fine dell’incontro l’ho vista, pensavo venisse da me a salutarmi, a ringraziarmi per i caffè che le avevo fatto anni prima. Credevo mi presentasse fratelli e sorelle, invece no. È fuggita e si è seduta al tavolino del mondo virtuale.

Sono partito per Macomer lunedì, il giorno dopo l’incontro. Avevo in mente le parole che Khaled Khalifa mi ha detto. I consigli e il suo coraggio. Per un paio di ore avevamo parlato dell’identità dei siriani, “perché è un nodo centrale” mi ha detto. Poi sono stato inghiottito dal microcosmo sardo. Un mondo a parte, con ritmi e gente particolare. Sono stato cinque giorni in questa città dove tutti si conoscono. Ma quei cinque giorni sono stati davvero intensi, lunghi. Vi ho parlato della Bruna, perché La Bruna è la metafora del disimpegno, di chi vive su Facebook, in un mondo virtuale dove non si combattono battaglie, e passa il tempo a criticare emettere giudizi. La Bruna era anche a Macomer, a criticare il lavoro di ragazzi e ragazze straordinarie, come Roberta e Antonella, che dal nulla, con pochi fondi, hanno costruito il festival “Conta e Cammina. La legalità appartiene al tuo sorriso”. Sono scese in campo, con tanta voglia di fare e coraggio – ne serve molto per dire che esiste un problema di legalità anche in Sardegna – infatti le forze dell’ordine erano presenti a ogni incontro. Insieme a Roberta e Antonella, che mi hanno colpito profondamente per i loro sorrisi e la gioia di fare, ho conosciuto due libraie, Luciana e Stefania, che gestiscono la libreria Emmepi proprio a Macomer. La cosa curiosa e tragica è che la libreria Emmepi, in attività dal 1977, copre un territorio vastissimo perché tutte le altre librerie hanno chiuso nel tempo. Nonostante sia l’unica libreria su un territorio grande quanto Milano, fanno fatica ad andare avanti. Oppongono una resistenza culturale, consapevoli di essere l’ultimo baluardo. Luciana mi ha raccontato che la prima tappa sarda di Stefano Tassinari era sempre la libreria di Macomer. “Era un eretico, un resistente” mi hanno detto di lui, regalandomi un suo libro. Oltre a Tassinari, alla libreria Emmepi ci sono passati Paco Ignacio Taibo II, Giuseppe Culicchia e tanti altri. Le loro foto sono appese a uno scaffale di libri. Mi è parso che tutte quelle foto non testimoniassero solo il passaggio di nomi famosi della letteratura, ma, sopratutto, di autori liberi, che non vivono in una torre d’avorio, capaci di trovare nell’altro, forse anche nella Bruna, una persona dalla quale imparare. Quindi parlo di intellettuali umili. Vicino a Macomer c’è la casa di un intellettuale umile per antonomasia: Antonino Gramsci, così ho chiesto a Giovanni Cocco, con il quale ho dialogato all’università di Sassari e in libreria, di portarmi a visitarla. Con noi sono venute Stefania e Maria Francesca. Per me, visitare la casa di Gramsci aveva un significato molto ben chiaro. Khaled Khalifa mi aveva detto che in Siria Gramsci viene letto da molti giovani per comprendere l’oggi – la rivoluzione, la guerra, il ruolo della società civile, ecc..- e allora ho pensato di andare e portargli il saluto di tutti quei giovani, ragazzi e ragazze, che oggi stanno sotto le bombe ad Aleppo, a Damasco e leggono i suoi quaderni dal carcere, magari sognando di visitare il luoghi in cui Gramsci è cresciuto.

Fra le molte cose, Gramsci rappresenta l’impegno: un intellettuale che combatteva in prima linea le sue battaglie. Al festival Conta e Cammina ho conosciuto persone semplice che fanno cose straordinarie. Bernardino Bonzani e Monica Morini che dirigono il Teatro dell’Orsa e hanno messo in piedi, con un gruppo di sei rifugiati africani, uno spettacolo dal titolo “Questo è il mio nome” che è l’insieme delle odissee dei giovani protagonisti. L’Odissea del viaggio, quello che milioni di persone fanno scappando da guerra e fame. Ho incontrato Giulio Cavalli che mi ha dato la sensazione di uomo libero che si è riappropriato a piene mani della sua vita. Yvan Sagnet che volevo incontrare semplicemente per esprimergli la mia solidarietà e sostenerlo in questa dura battaglie che combatte contro le mafie del caporalato. Mentre guardavo Sagnet ho pensato a tutte le volte che andando a letto, appoggiando la testa sul cuscino, mi sono detto “ma chi te lo fa fare? Sarebbe stata meglio non scrivere e non fare nulla di tutto questo”. Mentre ascoltavo Sagnet e Giulio mi domandavo quante volte si sono posti quella stessa domanda e che risposta si sono dati. Poi pensavo ai ragazzi dello spettacolo teatrale, quelli di “Questo è il mio nome”. Tutti sorridevano, in particolare Ezkiel, 17 anni, nigeriano, con una storia atroce alle spalle, che era il primo a sorridere, cantare e mostrare una forza vitale che non ci si aspetta da qualcuno con la morte alle spalle. Questo è l’impegno, quello che sconfigge il pessimismo e si riappropria della vita. È l’impegno, quello di chi ha organizzato questo Festival e degli autori intervenuti, che scelgono di imbracciare le loro armi migliori – libri, teatro, testimonianza – per comporre una rete di resistenti che sono il motivo per cui l’ingiustizia non vince totalmente, ma solo un po’. Dobbiamo cominciare a essere meno Bruna, e più Sagnet, Ezekiel. Dobbiamo impegnarci, intorno a noi, nella nostra vita – quella reale.


Nell’immagine di copertina un momento dell’incontro alla libreria Emmepi.
Sulla sua pagina facebook Shady Hamadi scrive 
Mentre Antonio – 14 anni, amante dei fumetti- risponde alle mie domande sul significato della guerra e della pace. Vorrei che Antonio, a 14 anni, governasse il mondo. Sono sicuro che sarebbe un posto migliore.

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