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Comprendere le diversità

DIRITTI, SOCIETÀ Leave a Comment

– di Ninian van Blyenburgh – tratto da Per l’uguaglianza di Lilian Thuram

Questa sera Lilian Thuram sarà ospite del Festival del diritto di Piacenza e dialogherà con Stefano Rodotà sui temi dei pregiudizi e sulla strada da percorrere per la costruzione di un mondo socialmente più giusto, che renda effettiva l’uguaglianza. Per quest’occasione vi proponiamo una riflessione dell’antropologo e scienziato Ninian van Blyenburgh che spiega perché bisogna «lottare ogni giorno contro il proprio razzismo».


Sono molte le persone tuttora convinte che esista un legame sostanziale tra razza, origini, radici, sangue, antenati, patrimonio genetico e identità. Ogni forma di «altrismo» (razzismo, sessismo, discriminazione verso i giovani, islamofobia, antisemitismo) è fondata su una essenzializzazione dell’identità. Per incoraggiare una migliore comprensione dei nostri simili bisognerebbe sviluppare una concezione costruttivista dell’essere umano. Il fattore più desolante dell’essenzialismo è che rende evidente quanto ignoriamo la vera natura della nostra specie: la caratteristica propria dell’uomo è imparare, essere un individuo con una cultura, e di conseguenza produrre diversità.

La diversità è quindi una conseguenza della nostra natura. Non è né una «ricchezza» né un fattore indispensabile, come a volte sentiamo dire. Talvolta, invece, è un problema, perché se non esistesse, gli esseri umani senza dubbio andrebbero più d’accordo. Dal momento che tendiamo ad avere comportamenti gregari e conformisti, di primo acchito la diversità dei nostri simili ci disturba. Il vero problema è allora l’accettazione della diversità, capire che «l’altro è soltanto diverso» (L’autre n’est qu’autre) come osserva la filosofa e psicanalista Julia Kristeva. Un collega antropologo un giorno mi disse: «Lotto ogni giorno contro il mio razzismo». Quella frase mi è rimasta impressa. Anch’io lotto ogni giorno contro gli stereotipi che posso sviluppare nei confronti dei miei simili, che abbiano la pelle di un altro colore, che appartengano a un’altra cultura, a un altro sesso, a un’altra fascia di età o che semplicemente siano diversi da me. Sostenere che la diversità è una «ricchezza», che bisogna «rispettarla» e insegnare alle persone i diritti dell’uomo non basta. È impossibile rispettare un «problema» o capire una dichiarazione di cui non vengono spiegate le ragioni.

Lentamente e con fatica, le scienze umane hanno elaborato un certo numero di concetti per concepire la diversità degli uomini. Abbiamo capito che la diversità culturale della nostra specie è dovuta proprio alla sua capacità di imparare, alla sua indetermi- natezza. Per arrivare a questa comprensione, paradossalmente è stato necessario confrontarsi con quella spettacolare diversità e volerla spiegare. Abbiamo dovuto creare concetti per pensarla, non senza fatica e dopo molti errori. L’«egocentrismo iniziale», l’«etnocentrismo», il «relativismo culturale», lo spostamento del punto di vista fanno certamente parte di quella «cassetta degli attrezzi» concettuale. Ogni volta che lo dico, constato quanto sia indispensabile per capire l’alterità.

In tempi più recenti è stata la nozione di empatia che ha consentito di guardare in modo diverso la nostra natura. […] È l’empatia che permette di capire l’origine del nostro etnocentrismo, del nostro iniziale rifiuto della diversità e dello spostamento del punto di vista che dobbiamo sforzarci di attuare per accettare l’alterità. David Hume aveva già sottolineato che la nostra simpatia diminuisce con la distanza sociale: «Diminuisce a mano a mano che passiamo da un membro della nostra famiglia a un abitante della nostra città, a un compatriota, a uno straniero che vive dall’altra parte del pianeta». Siamo dotati di un sistema nervoso capace di gestire emotivamente i rapporti umani all’interno di piccoli gruppi formati al massimo da qualche centinaio di individui. Se si supera quel numero, per socializzare bisogna ricorrere a costruzioni culturali.

Tutti questi concetti forniscono la chiave di lettura per comprendere le basi dei nostri rapporti sociali. Illustrano perché siamo emotivamente equipaggiati per «amare» i nostri cari e perché diffidiamo a priori di coloro che non conosciamo. Permettono di capire perché dobbiamo dotarci di costruzioni culturali come i diritti dell’uomo: non dobbiamo gestire qualche tribù dispersa nel bel mezzo di immensi spazi vuoti, ma un villaggio planetario di sette miliardi di esseri umani in uno spazio ben determinato!

Chiunque abbia studiato antropologia conosce i concetti che ho elencato, ha la cassetta degli attrezzi per pensare l’alterità. Senza quegli strumenti giudichiamo gli altri secondo le nostre norme e cadiamo nella trappola che ci tende la diversità. Nonostante la loro utilità per capire le società umane, questi concetti finora non sono stati divulgati a sufficienza.

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