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Chi ha paura dello straniero? – parte II

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-di Enea Brigatti-

La scorsa settimana abbiamo interrotto il racconto dell’incontro Chi ha paura dello straniero? organizzato dalla Libreria Bodoni/Spazio B con la chiusura dell’intervento di Fabio Deotto riguardo l’irrisolta questione afroamericana in territorio statunitense.

Dall’America di Deotto il discorso si è spostato verso l’Europa e l’Italia in particolare, meta d’arrivo per migliaia di persone provenienti dal continente africano.
Ababacar Seck,  imprenditore e presidente della Associazione dei senegalesi a Torino, prende la parola per raccontare la sua esperienza di cittadino a metà fra l’Italia e il Senegal.

«Ho quarantanove anni di cui più della metà passati a Torino: se esiste un posto, una città alla quale mi sento di appartenere è proprio Torino.
Il popolo senegalese ha iniziato una migrazione significativa verso gli anni Ottanta, a Torino noi senegalesi siamo all’incirca 6.500 persone che fanno il massimo possibile, se non per integrarsi – non voglio usare questa parola -, per cercare di stare bene.
La motivazione che sta alla base della migrazione senegalese è economica, non siamo costretti a lasciare il nostro Paese a causa di guerre o conflitti gravi.
Ecco perché partiamo pensando di rientrare tutti quanti: io ero convinto di fare ritorno dopo massimo quattro o cinque anni ma mi trovo ancora qui, dopo tre figli di cui due nati a Torino.
Rientrerò in Senegal, mia moglie mi ha preceduto e ha già fatto questa scelta: è necessario liberarsi di qualche preoccupazione di troppo e diventare più leggeri, perché per noi il futuro è in Africa, non c’è motivo per stare lontani dal Senegal in questo momento.
La comunità senegalese è ben inserita in Occidente, in Europa, in Italia, a Torino: esiste la possibilità per stare bene anche lontano da casa. Come in tutte le realtà anche all’interno delle nostre comunità abbiamo persone ‘problematiche’, ma quelle esistono dappertutto.
A Torino, dal 1982 la comunità si è schierata in prima linea in diverse situazioni cittadine, proponendosi come punto di riferimento non solo per i senegalesi.
Facciamo attività interculturale, anche in collaborazione con le Ong locali e le autorità, per far sì che la vita che viviamo sia il più possibile normale, serena.
Con il progetto Migrathon, ad esempio, per tre giorni a Torino facciamo incontrare i tecnici, le Ong, i mediatori interculturali, per far sì che si confrontino riguardo la risoluzione delle problematiche pratiche legate alle migrazioni.
Il nostro obiettivo è costruire una piattaforma, una app compatibile con gli smartphone, per fare prevenzione: il progetto finanzia i giovani e le donne che creano opportunità sul territorio senegalese in modo tale che i propri coetanei rinuncino alla soluzione della migrazione clandestina verso nord tramite i barconi.
C’è persino chi paga per convincere i connazionali a non partire, talmente è alto il rischio legato al viaggio in barca.
Anche nella conclusione più auspicabile, ossia il rilascio dei documenti da rifugiato, il migrante si troverebbe in un vicolo cieco perché una volta scaduti quei documenti, non gli sarebbe permesso di tornare legalmente in Senegal.»

Ma cosa succede alle persone una volta sbarcate in Italia?
Norma Rosso è una giornalista della redazione de “Il Post” che al termine del suo percorso alla Scuola Holden, dove ha studiato per due anni, ha realizzato Rifugiarsi: un audiodoc che è anche un sito web in cui ha raccontato cosa succede quando una persona, una volta raggiunta l’Italia, inizia l’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato.
Un racconto che informa e permette di farsi un’idea e un’opinione sul sistema che adotta l’Italia per decidere sulle vite di altri.

«Mi interessava indagare cosa succede nei mesi successivi ai giorni in cui si arriva in Italia: nell’immaginario comune è molto presente il momento degli sbarchi, del viaggio estenuante con i barconi ma è quasi del tutto assente la narrazione del dopo.
Nel mio lavoro di ricerca ho ascoltato le esperienze delle persone che lavorano nel campo dell’accoglienza migranti ma anche esperti di diritto e avvocati, per poter rendere in maniera chiara cosa succede a livello legale quando qualcuno arriva in Italia fuggendo da una situazione di precarietà estrema per ottenere una forma di tutela e stare legalmente su un territorio.
L’iter per la richiesta di protezione prevede più passaggi: prima bisogna manifestare la volontà di richiesta dello status di rifugiato, che va formalizzata in questura; poi si viene inseriti nel progetto di accoglienza e si attende un tempo variabile per l’audizione in commissione; infine c’è l’audizione e l’esito.
Chi arriva in Italia può richiedere lo status di rifugiato senza particolari formalità; formalità che successivamente invece costellano in maniera totalizzante la procedura.
Formalizzata in questura questa volontà e presentato il modulo C3 che raccoglie le informazioni utili per quando si dovrà fronteggiare la commissione, si viene inserite/i nei progetti di accoglienza e si attende un tempo lungo per essere convocati.
Il momento di confronto con la commissione è lo snodo fondamentale del percorso: davanti a uno dei quattro membri di cui è composta la commissione, il richiedente asilo espone la propria storia facendo attenzione a evidenziarne gli elementi più importanti, che spesso coincidono con episodi cruenti e traumi insanabili.
Le persone che fanno parte della commissione territoriale svolgono un ruolo molto difficile, al quale non sempre sono preparate appieno, soprattutto per quanto riguarda l’ascolto; inoltre sono costrette da tempistiche molto rigide, che consentono al sistema di “sbrigare” giornalmente un numero minimo di richieste, ma non sempre lasciano il tempo necessario per fare ricerche approfondite sulla storia che il richiedente ha raccontato.
Il 60 % delle domande viene rifiutato, l’esito nella maggior parte dei casi è il diniego di fronte alle richieste; e anche in caso di risposta positiva è difficile capire le ragioni che l’hanno determinata rispetto ad altre simili ma rifiutate.
In tutto ciò la fortuna ha il suo ruolo: quello di incontrare una commissione maggiormente sensibile alla vicenda che si è esposta.
A spingermi verso l’analisi di questa realtà è stato inizialmente l’interesse per il racconto della propria storia da parte dei migranti: vengo da una scuola in cui avere una storia e saperla raccontare è uno degli obiettivi più importanti, volevo analizzare quando questa abilità diventa fondamentale non a livello professionale ma a livello vitale, per potersi assicurare un futuro.
Indagando questo tema, una delle cose più interessanti ascoltate durante le interviste mi è stata detta da un avvocato, che mi ha parlato del migrante come di un titolare di diritti, e non un poverino, come invece viene solitamente inquadrato nella visione collettiva.»

A margine dell’intervento di Norma si aggiunge una riflessione dal pubblico: a parlare è Anna Nadotti, traduttrice fra le più note nel panorama letterario italiano.

«Volevo portare nella discussione un esempio pratico per quanto riguarda il tema della narrazione.
Recentemente è uscito un libro di Melania G. MazzuccoIo sono con te (Einaudi 2016), una narrazione straordinaria in cui lei dedica un tempo lungo a una persona dicendole “Io sto con te, accetto la tua storia, provo a raccontarla e te la faccio raccontare”. Occupandomi di narrazione per motivi lavorativi volevo tornare su quei moduli di cui si parlava prima, i C3, che rappresentano una straordinaria, in termini negativi, forma di impedimento alla narrazione.
Mi spiego, se sei omosessuale in una nazione che discrimina con violenza gli omosessuali e richiedi rifugio in un’altra,  tendi a non raccontare le persecuzioni sofferte; se sei stata violentata innumerevoli volte non hai voglia di raccontare la tua storia, e non perché sei nera e musulmana ma perché non vuoi raccontarla e basta. Se sei stata stuprata otto volte e non lo dici, non lo dimentichi di certo, ma almeno non presenti agli altri una te stessa che non riconosci. Io vado in carcere per tradurre le parole dei prigionieri stranieri e mi accorgo che dopo un po’ hanno parole simili alle mie. Gli stranieri non sono dei poverini, sono poeti in alcuni casi, a cui come sistema chiediamo idiozie. Se ci occupiamo di narrazione dobbiamo narrare partendo da ciò che loro propongono, non è importante se sia veritiero o meno. Pintor ripeteva: “Da bambino dicevo le bugie per rendere la realtà più bella”. Ma forse, ci dovremmo chiedere: come si costruisce la paura dello straniero nel nostro Paese? Credo principalmente dal fatto che non conosciamo le storie personali.»

A chiudere la serata è il moderatore dell’incontro Eugenio Damasio, che per l’occasione ha scritto un breve monologo sulla ormai celebre vicenda dell’apparizione televisiva nel programma di Maurizio Belpietro Dalla vostra parte del rapper di origini ghanesi Bello Figo.
Nel suo monologo Eugenio si è immaginato la signora Maria Rosa, nonna di uno dei suoi due coinquilini, che nella sua cucina a Centuripe assiste alla visione della trasmissione.
Ad un certo punto, la signora Maria Rosa si rivolge a Eugenio,  confidandogli: «Eugè, io ho paura dei nìvri». Preso alla sprovvista, lui le risponde «Ma signora Maria Rosa, lei lo ha mai visto dal vivo un nìvro?» «No, mai!» «E se lo vedesse davvero, un nìvro, e lo vedesse affamato, lei cosa farebbe?» «E che vuoi fare povero cristo, si può mai negare un piatto di pasta a qualcuno che ha fame?».

Ecco.

Rimbaud ha sempre ragione: «Io è un altro».

Immagine di copertina: Unframed – Ellis Island by JR

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