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Camere (non) separate: Sara Prencipe e Luca Fusari

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La figura della traduttrice, del traduttore, è abituata alle seconde file, a sparire.

Questa rubrica li porta al centro del palcoscenico: di loro vogliamo mostrarvi i visi, le scrivanie dove lavorano, farveli conoscere meglio.

Camere (non) separate perché si torna sempre a Tondelli, anche quando non si vuole, ma soprattutto perché è vero come dice Antoine Berman che la traduzione è «l’albergo nella lontananza», il traghettare a sé qualcosa di estraneo, ma non solo.

Camere (non) separate esiste grazie a Giulia Fuisanto, che studia, lavora, legge, pensa e nel frattempo intervista le traduttrici e i traduttori.

In questa seconda intervista chiacchieriamo con Sara Prencipe e Luca Fusari che sono una coppia nella vita e nel lavoro.

Percorso formativo

Sara: Ho studiato lingue e letterature moderne all’Università degli Studi di Torino, e dopo la laurea in lingua e letteratura francese mi sono iscritta alla Scuola di formazione in traduzione editoriale dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa di Torino. Dopo la specializzazione ho lavorato poco meno di un anno in uno studio editoriale, e nel frattempo ho continuato a mandare CV alle case editrici con prove di traduzione e proposte editoriali. Un giorno mi hanno chiamata da Add, a cui mi aveva segnalata Maurizia Balmelli, traduttrice dal francese e dall’inglese e mia ex insegnante alla Scuola di formazione. Ho fatto una prova di traduzione dal francese e da lì ho cominciato il primo libro per loro.

Luca:Anche per me, dopo la laurea in lingua e letteratura inglese moderna e contemporanea all’Università degli studi di Milano c’è stato il periodo di spedizione serrata di prove o proposte di traduzione e CV; non avevo un percorso di specializzazione post-laurea ma prima di tradurre ho lavorato come redattore esterno occupandomi di revisioni per Mondadori, che poi è l’editore che mi ha affidato il primo incarico da traduttore.

Come e dove traducete

Sara: Traduco sempre da casa, alla mia scrivania (e se proprio sono obbligata per questioni di consegna, anche in treno o in giro, ma malvolentieri, lo ammetto). Sono molto abitudinaria e per concentrarmi mi servono silenzio, il mio “posto” e il mio spazio, dove sono circondata dagli oggetti noti e ho pochi contatti con il mondo (tranne che con Luca, visto che traduce di fronte a me). Per quanto riguarda il metodo, cambia solo in base a quante ricerche devo fare prima di “affrontare” il testo. L’ideale sarebbe sempre poterlo leggere tutto dall’inizio alla fine, ma non è quasi mai così perché i tempi non lo permettono. Se mi mancano dei dati o le ricerche che il libro richiede sono molto impegnative integro con letture supplementari, altre traduzioni dello stesso autore, saggi o articoli sull’argomento del libro. Tutto ciò che può essermi utile a calarmi davvero nel testo e seguirne la voce, una necessità per niente scontata, che può richiedere settimane.

Luca:Idem, sia sul dove che sul come. Negli anni penso di essermi adattato a tradurre davvero ovunque e in qualunque condizione, ma il centro di tutto rimane la scrivania. Il metodo, anche per quanto riguarda me, cambia a seconda delle esigenze del testo, a seconda di quanto chiede di essere interpretato.

Sara, per add tu hai tradotto Hessel, Bloch-Dano, Thuram. Luca, tu invece Prabda Yoon. Volete parlarci un po’ di questi lavori?

Sara: Collaboro con Add da quasi nove anni, perciò i libri che ho tradotto per loro sono molto diversi l’uno dall’altro. Il fattore comune è praticamente solo la lingua francese. Il primo libro (e il più amato) è stato Danza con il secolo, di Stéphane Hessel, un’autobiografia fiume, complessa e dal sapore romanzesco. Di Hessel, oltre all’amore per il suo impegno sociale e per l’incredibile storia della sua vita, ho sempre ammirato la lingua elegante e limpida, che per certi versi ho un po’ ritrovato in un’autrice su cui ho lavorato negli ultimi anni per Add, Évelyne Bloch-Dano, che scrive saggi dal taglio giornalistico con una grazia che ha qualcosa di letterario. Di Thuram ricordo con affetto la disponibilità le volte che è stato a Torino a presentare i libri e il piacere di confrontarmi con lui su alcuni temi importanti come il razzismo. Della veterinaria Ollivet-Courtois le sue storie fantastiche, che mi hanno costretta a fare ricerche terminologiche approfondite.

Luca: Tradurre Prabda Yoon è stata la prima collaborazione con Add e un caso unico in tutto il mio curriculum, perché si è trattato, a conti fatti, di tradurre una traduzione – la versione inglese di racconti scritti in thailandese. Questo doppio scarto ha obbligato me e la redazione a riflettere molto, nella fase preliminare e in quella successiva alla traduzione vera e propria, sulle scelte macroscopiche di tono e di stile, coinvolgendo il più possibile anche l’autore. Credo che alla fine ne sia risultato un libro assolutamente fedele allo spirito dell’originale ma ricco di un’identità nuova, per via del passaggio obbligato attraverso culture diverse. Vale la pena di leggerlo sia per il gusto della lettura sia per riflettere sull’atto di tradurre/traslare un libro da una parte all’altra del mondo.

Dal primo lavoro a quello più recente, cosa è cambiato in particolare?

Sara: Ci sono stati pochi cambiamenti, ma sostanziali. I primi due anni traducevo solo saggistica divulgativa e solo dalla lingua francese. Poi ho cominciato a tradurre anche dall’inglese, prima per Codice edizioni, poi per DeAgostini, Mondadori e Utet. Un ulteriore cambiamento è stato cominciare a tradurre anche narrativa e testi per il teatro (questi solo dal francese), e a collaborare sempre più spesso con altri traduttori. Negli ultimi quattro anni ho tradotto molti libri insieme a Luca, tutti dall’inglese.

Luca:Per me è cambiato soprattutto il metodo, io mi sono mosso quasi da subito sul doppio binario narrativa/saggistica (non scientifica ma di taglio più letterario o narrativo) e, come dicevo prima, nel corso degli anni credo di avere imparato a adattare i miei ritmi o le modalità di lavoro alle necessità di interpretazione del libro. Credo di essere diventato più veloce a “entrarci” e, va da sé, di avere arricchito il repertorio dei ferri del mestiere. Un mestiere, peraltro, in cui non si smette proprio mai di imparare.

Quali traduttori ammirate?

Sara: Sono diversi i traduttori italiani che stimo, e allora faccio solo un nome, che per me resta inarrivabile: Anita Raja, traduttrice dal tedesco e voce italiana della mia amatissima Christa Wolf.

Luca: Ammiro tutti i colleghi perché so che razza di lavoro fanno. Per fare dei nomi dovrei andare a pescare tutti i libri che ho letto in traduzione da quando avevo 16 anni e ringraziarne i traduttori per avermeli fatti conoscere.

Se ci fosse un autore o un libro che vorreste tradurre sarebbe…

Sara: Sono anni che vorrei tradurre dal francese la Médée di Jean Anouilh, la cui ultima versione italiana è stata pubblicata da Bompiani nel 1949. E poi tradurrei (o ritradurrei) qualsiasi cosa scritta da Jean Cocteau, ma soprattutto Il libro bianco. Dall’inglese invece mi piacerebbe tradurre Stephen King, perché lo leggo da sempre e sarebbe una specie di omaggio alla mia adolescenza. Se poi lo traducessi con Luca ancora meglio, perché ci divertiamo un sacco a lavorare insieme a testi che hanno un certo valore per entrambi.

Luca:Io ho avuto la fortuna di tradurre già due libri di Iain Sinclair, che è tra i miei autori preferiti, se non il preferito in assoluto. La sua produzione è vastissima e mi piacerebbe portare in italiano altri suoi titoli. E sottoscrivo quanto dice Sara su King.

Che cosa porta alla traduzione lavorare in coppia, ci sono degli aspetti in cui uno è più “forte” dell’altro? 

Sara e Luca: Lavorare a quattro mani, specialmente quando la collaborazione è collaudata, porta soprattutto ricchezza. Ci si incontra su un terreno comune e ognuno porta la sua voce, il suo lessico, volendo anche i suoi tic, e di tutto questo la mediazione ambisce a tenere soltanto il meglio. A livello di metodo, poi, significa anche avere una fase redazionale in più, visto che oltre a dividerci un libro in due ci rileggiamo e correggiamo a vicenda: questo aiuta a considerare con maggiore distacco il testo e diminuisce la probabilità di perdersi una svista o di cedere agli automatismi che abbiamo entrambi e che l’altro ormai conosce abbastanza bene da identificarli subito.

Giulia Fuisanto ama i libri, ed è curiosa come una bambina.
Ha tre passioni: leggere, scrivere e imparare. Studia al College Reporting della Scuola Holden.

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