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Bergen-Belsen, 70 anni dopo la liberazione

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LadanyPer strada ci siamo solo io e lui. Quindi lui è Shaul Ladany, il sopravvissuto.

«Dr. Ladany, I suppose» è la frase con cui presentarsi, al buio delle cinque del mattino, in una via deserta di Gerusalemme.
Da cosa riconosci un uomo che è sopravvissuto alla Shoah?
Com’è invecchiato il bambino di Bergen-Belsen?
Cos’è rimasto dell’atleta che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare a pochi metri dalla morte?
Che segni porta sul viso un soldato che ha attraversato due guerre?
La risposta a tutte queste domande sta davanti a me, in tuta, ansiosa di mettersi in cammino.
Incontro Shaul Ladany davanti alla linea di partenza della Jerusalem Marathon: il via della gara sarà due ore più tardi, ma lui ha ottenuto dagli organizzatori il permesso di iniziare in anticipo, per riuscire a restare dentro il tempo massimo marciando.
Due minuti dopo esserci presentati, stiamo già muovendo le gambe e le braccia.
Il racconto può iniziare.

Bergen-Belsen
La fine del Terzo Reich si avvicina e tra gli ufficiali tedeschi c’è chi pensa a un futuro alternativo e ugualmente prospero. A Budapest lo Standartenführer Kurt Becher opera su diretto incarico di Himmler: attraverso lui le SS già a maggio si impossessano di più della metà del patrimonio dei Weiss, un esproprio di fatto, come ricorderà Eichmann nel corso del proprio interrogatorio: «La sostanza di queste trattative era sempre la stessa: mettere a disposizione contingenti di ebrei destinati alla Palestina e Becher da parte sua aveva determinate contropartite». È qui che si fissa il valore esatto al centesimo di una vita umana. Una sorta di asta dell’orrore in cui, come scrive Hannah Arendt, Eichmann fa valutazioni da saldi di fine stagione. «Il prezzo da lui proposto era il più basso di tutti, appena duecento dollari per ebreo – naturalmente, però, non perché egli volesse salvare più ebrei, ma perché non era abituato a pensare in grande. Alla fine ci si accordò su una somma di mille dollari, e così 1684 ebrei, compresi i parenti di Kastner, lasciarono l’Ungheria.»

Tra quelle 1684 persone ci sono scienziati, artisti, rappresentanti importanti della comunità ebraica e attivisti del movimento sionista. E c’è anche Shaul Ladany con la propria famiglia. Un bambino, inconsapevole di molte delle trattative in corso. «Proprio quando ci stiamo preparando a trasferirci in un campo di smistamento, la portinaia del nostro palazzo – una donna violentemente antisemita – chiama due poliziotti ungheresi, pensando che la mia famiglia stia cercando di scappare. I due agenti, vedendo me e mio padre con le valigie in mano, aggrediscono papà e cominciano a prenderlo a pugni. Quando cade a terra lo coprono di calci. Io sono impotente, in silenzio, mentre papà non oppone resistenza sapendo che, se lo facesse, gli sparerebbero. Il pestaggio va avanti per alcuni minuti e io ho sempre più paura che mio padre possa essere ammazzato.» La salvezza arriva sotto forma di tre soldati tedeschi della Wermacht: Dionys Ladany li ha pagati per scortarli sino al campo e sono loro a interrompere l’aggressione, non si sa se preoccupati per il loro guadagno o se disgustati per l’ennesimo, futile omicidio. Sistemati nel campo di Columbus Utca, la salvezza è però ancora una prospettiva indefinita. «Siamo stati suddivisi in gruppi, per scaglionare le partenze: il nostro è il primo ed è composto da meno di duemila persone. I nonni Ladany fanno parte invece del terzo gruppo. Li salutiamo il 2 luglio 1944: dovrebbero seguirci nei giorni successivi.» Invece le trattative tra i nazisti e i dirigenti ebrei si bloccano e solo quei 1684 lasciano l’Ungheria. Il progetto è che raggiungano un Paese neutrale, ma il viaggio è tutt’altro che semplice, caratterizzato da momenti di paura, dove poche lettere su un foglio di carta possono cambiare il tuo destino. Un’assonanza può essere scambiata per un refuso e l’ignoranza ottusa e cocciuta di un funzionario può mandarti a morire. «Arrivati al confine ungherese, a Magyarovar, il capostazione si rifiuta di credere che il nostro treno debba transitare per Auschpitz, una località nel protettorato della Moravia. È convinto che si tratti di un errore e che la nostra meta esatta sia Auschwitz. Ci tengono lì, bloccati, per due giorni, fino a che non arrivano ulteriori istruzioni, a garanzia che i nostri documenti di viaggio sono corretti.» Non è l’unica tortura psicologica inflitta a persone che da anni vivono tra dubbi e paure. «A Linz ci fanno scendere e ci conducono sino ai bagni pubblici, per fare la doccia. Mio padre conosce le storie raccontate da chi è stato in Polonia e sussurra “gas”, prima di entrare con grande riluttanza negli spogliatoi. Per fortuna si tratta di un falso allarme: sono docce vere.»

Non è una camera a gas, ma due giorni dopo il viaggio in treno si conclude e si spalancano i cancelli di Bergen-Belsen.

Nato nel 1940 come centro di detenzione per prigionieri di guerra, il campo di Bergen-Belsen si è progressivamente caratterizzato anche come campo di concentramento: inizialmente i nazisti vi collocano gli ebrei che vogliono usare come merce di scambio. Già nel 1942 Himmler e i capi delle SS non sono più così intransigenti nel perseguimento della Soluzione finale. L’unico ebreo buono non è solo l’ebreo morto, ma anche quello che frutta vantaggi. Come scrive lo stesso Himmler: «Tutti gli ebrei che hanno parenti influenti negli Stati Uniti dovrebbero essere messi in un campo speciale… e restare in vita. Questi ebrei sono per noi ostaggi preziosi.» Per ospitare questo tipo di prigionieri nell’aprile del 1943 è stata destinata un’apposita area all’interno di Bergen-Belsen, ma nel 1944 le cose sono già cambiate. In Bassa Sassonia arrivano anche altri prigionieri, prima quelli malati e inabili al lavoro, poi quelli evacuati dai campi di concentramento troppo vicini al fronte orientale. Sovraffollato, a rischio epidemie, anche Bergen-Belsen diventa progressivamente un centro di sterminio e, non a caso, dal dicembre 1944 viene chiamato a dirigerlo l’Hauptsturmführer Josef Kramer, già comandante ad Auschwitz-Birkenau.

Qualche settimana prima, da Auschwitz è arrivata a Bergen-Belsen anche una ragazzina tedesca cresciuta in Olanda: si chiama Anne Frank. È un po’ più grande di Shaul, ha 15 anni. Morirà pochi mesi dopo il suo arrivo al campo.

Andrea SchiavonCinque cerchi e una stella. Shaul Ladany, da Bergen-Belsen a Monaco ’72

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