Shadid

Una casa a sud del Libano

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– di Anthony Shadid

La lingua araba si è evoluta pian piano nel corso dei millenni, lasciando poco di indefinito, nessuna sfumatura trascurata. Bayt significa letteralmente casa, ma le sue connotazioni vanno oltre le stanze e le pareti, evocano desideri raccolti intorno alla famiglia e al luogo abitato. Nel Medio Oriente, la bayt è sacra. Gli imperi cadono. Le nazioni crollano. I confini possono essere cancellati o spostati. Antichi vincoli di fedeltà possono dissolversi o, senza preavviso, modificarsi. La casa, vale a dire la struttura fisica o l’idea di famiglia, è, in sostanza, l’identità che non sbiadisce.

Nell’antica Marjayoun, in quello che oggi è il Libano, Isber Samara lasciò una casa che non ci ha mai chiesto di essere abitata o anche solo di entrare. È rimasta semplicemente ad attendere, nel caso si fosse reso necessario un riparo. Isber Samara l’ha lasciata per noi, la sua famiglia, per legarci al passato, per sostenerci, per fare da sfondo alle storie. Dopo anni passati a cercare di rimettere insieme la storia di Isber, mi piace immaginare la sua vita lì dove i campi dell’Houran si distendono al di là di quanto persino il grande sognatore che lui stesso era – un uomo ricco nato dalle fatiche di un ragazzo povero – potesse vedere.

In una vecchia foto tramandata attraverso le generazioni, le spalle apparentemente forti di Isber Samara lasciano intendere l’avvicinarsi di una vecchiaia che lui non raggiungerà, ma l’espressione del viso conserva una punta di malizia che qualcuno potrebbe definire giovinezza. Più che bello, il suo volto è singolare, segnato dal sole e dal vento, ma gli occhi sono di un meraviglioso blu yemenita, raro tra il marrone semitico di quell’area. Nonostante sia il padre di sei figli, sembra indifferente alla cura necessaria dell’aspetto fisico. I capelli, che sembrano rossicci, sono incolti; i baffi ricordano un piccolo cespuglio cresciuto troppo e in modo scomposto. Determinato a dimostrare quanto valesse sin da ragazzino, Isber un giorno arriverà a credere di esserci riuscito.
Quando fu scattata la foto di Isber e della sua famiglia, lui aveva più o meno quarant’anni, ma io mi sento molto affascinato dall’uomo che sarebbe diventato: un padre, senza più tante ambizioni, separato dai figli che aveva mandato in America per non saperli in pericolo di vita. Mi domando se lui abbia mai provato a immaginarseli, loro e i discendenti – figli e figlie, nipoti e pronipoti –, mentre conducevano una vita imprevedibile come la sua. Ci ha visti negli anni a venire, disorientati, salire i gradini incrinati e aprire le sue porte?

Estratto da
La casa di pietra. Memorie di una casa, una famiglia e un Medio Oriente perduto
di Anthony Shadid
Anthony Shadid (1968-2012) statunitense di origine libanese, è stato corrispondente dal Medio Oriente per «Washington Post», il «Boston Globe» e il «New York Times». Ha vinto il Premio Pulitzer per il giornalismo nel 2004 e nel 2010.

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