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Il basket dice: divieto di accesso a mamma e papà. Sei domande a Flavio Tranquillo

SOCIETÀ, SPORT Lascia un commento

-di Stefano Delprete-

Ogni tanto succede di non avere un’opinione precisa. Sembra sia merce rara in epoca di social, eppure ci sono notizie che ti lasciano un dubbio addosso e la sensazione di aver voglia di capire qualcosa di più: «Quella che ho appena letto è una buona o una pessima cosa?».

La Federazione Pallacanestro della provincia di Grosseto ha deciso di sospendere dalle partite dei campionati giovanili tutti gli adulti – genitori e accompagnatori – per una giornata. Non li fa entrare, insomma o, non potendo realmente vietare l’accesso a un luogo pubblico, almeno segnala loro che non sono graditi, provando così a confinarli nel parcheggio davanti alla palestra in modo che si rinfreschino le idee.
Si è arrivati a questa decisione dopo aver visto e sopportato per troppo tempo comportamenti incivili da parte degli adulti in palestra: insulti agli arbitri, aggressioni verbali e fisiche ad avversari, maleducazione generalizzata e comportamenti indecorosi.
E così per un weekend si è giunti alla sospensione della bruttezza, un gesto eclatante e non più solo simbolico come possono essere comunicati stampa, richiami, segnalazioni.
Gli adulti sono peggio dei ragazzi e soprattutto diventano esempio di mancanza di regole per chi, in campo, sta invece muovendosi in un mondo che è bello e funziona proprio perché le regole ci sono.
Di fronte a questo mi sono chiesto se si è fatto bene o male, se sia stata una scelta esagerata colpire tutti per punire qualcuno, se abbia senso, “per decreto”, lasciar fuori dalla palestra anche quei genitori che invece entrano con lo spirito giusto e che sono linfa vitale per tutto il movimento. Voglio capirlo confrontandomi con chi da sempre si pronuncia in modo diretto su questi temi e sa di cosa si sta parlando.

Ho chiacchierato con Flavio Tranquillo che in un campo da basket è stato dappertutto: sotto canestro con (dice) scarsi risultati, con il fischietto tra le labbra (lo immagino assai meticoloso), in panchina (tecnici ne avrà presi?), e poi dietro la scrivania dei giornalisti («Siamo al Pianella, è Cantù, è contropiede, è pandemonio»…).

Flavio Tranquillo.

Cominciamo dal dire che tu ne hai viste tante, di partite e di situazioni, dai campetti di provincia alle arene Nba. Non si può generalizzare, immagino, ma cosa si incontra sugli spalti del basket?
Si incontra, ovviamente, di tutto, ma questo è banale. È banale anche che abbia preso dei tecnici quando allenavo, ma non è il punto. Il punto è che in linea generale riteniamo tutti, arbitri inclusi, che nello sport si possa agire onorando le proprie pulsioni, perché poche attività come lo sport generano pulsioni nella stessa quantità.
E invece senza mediarle con la cultura, quella vera, è impossibile dividere le pulsioni buone da quelle cattive.
Per cultura intendo la sofferta costruzione di una propria identità che rispetti gli altri e i valori superiori, come il Gioco del basket è. Già capire che il basket deve (dovrebbe) stare al di sopra di tutto sarebbe un bel colpo. Sarebbe…

Ma il basket, diceva qualcuno, non è “un’isola felice”?
Fandonia superficiale. Come potrebbe succedere che il basket attiri solo il meglio e gli altri il peggio? L’autoreferenzialità di questa scuola di pensiero è troppo rozza per meritare ulteriori approfondimenti.

Veniamo al punto. Cosa pensi della scelta della Federbasket di Grosseto? Di questa sorta di daspo generalizzato o, meglio, questa presa di posizione per dichiarare in modo chiaro chi è e chi non è gradito a bordo campo?
Intanto cominciamo con il dire due cose: 1) l’autorità costituita si rispetta per convinzione e cultura, e io provo a farlo sempre e 2) fare qualcosa è talmente necessario che qualsiasi azione è meglio dell’indifferenza.
Detto questo, siccome sono difficile, trovo che sia una prospettiva terribile quella di bandire i genitori. La battuta che gira insistentemente “la miglior squadra è una squadra di orfani” è tremenda per vari motivi.
Il principale è che finché non cambieranno i genitori, cioè noi, ficchiamocelo in testa, non cambieranno i ragazzi.
Bisogna arrivare alla coscienza che siamo noi il problema, non gli altri. E che i comportamenti sbagliati non devono mai essere assimilati a quelli giusti, per nessun motivo. Io avrei “condannato” i presenti autori di comportamenti sbagliati a parlarsi tra di loro sotto la supervisione di un garante preparato. Non lo dico perché sia realistico, ma per mostrare quella che ritengo sia la strada da seguire.

Shio Kusaka, (basketball 1), 2013 (Anton Kern Gallery, New York).

Chi ha le maggiori responsabilità sul comportamento dei tifosi sugli spalti? Le società? Gli allenatori? Oppure si tratta di un problema più generalizzato di educazione che si trova in palestra come al supermercato e in coda alle poste?
Noi, noi e poi noi. Noi come attori dei comportamenti, noi come cittadini che non chiediamo alle istituzioni la protezione del bene comune ma quella dell’interesse particolare, noi che vogliamo giungere a conclusioni su argomenti che non conosciamo, noi che informiamo male persone che hanno fretta e quindi non pretendono di essere informate bene. Noi.

Quali potrebbero essere secondo te le soluzioni o i modi per creare una sana cultura dello sport?
Studiare. Pensare. Agire. Fare parlare chi sa e ascoltare con attenzione, censurare le cattive pratiche solo per definire quelle buone per contrasto. E capire che lo sport è la forma più potente di costruzione di cultura che esista. Lo dimostra, ahinoi, la sua analoga potenza distruttrice della cultura stessa.

Cosa ci stiamo irrimediabilmente perdendo andando avanti su questa strada di inciviltà sportiva?
La gioia di crescere divertendosi. La possibilità di imparare la differenza tra prestazione e risultato. L’apprezzamento di come chi è migliore non vada invidiato ma semplicemente inseguito, anche (soprattutto?) se sai di non poterlo raggiungere.
Una cosa grande ci stiamo perdendo, lo sport.

Immagine di copertina: Jonas WoodUntitled (Basketball Wallpaper), 2013 (Anton Kern Gallery, New York).

 

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