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Barack Obama, la stella della speranza contro la paura

ARTI, SOCIETÀ Lascia un commento

– di Enea Brigatti –

Nel suo Le mie stelle nere Lilian Thuram, parlando di Barack Obama, a un certo punto si domanda:
«E adesso?».
Siamo nel 2009 e Obama è appena stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America.
Passati otto anni, molti di noi si sono chiesti la stessa cosa dopo la scelta del popolo americano di affidare la guida del paese a Donald Trump.
A cambiare però è il tono della domanda: laddove l’interrogativo di Thuram era pieno di speranza e aspettative, quasi impaziente, il nostro è colmo di preoccupazione e frustrazione.
Nel suo ultimo discorso da Presidente, Obama ha concluso utilizzando le stesse parole che nel 2008 erano state al centro della sua campagna elettorale «Yes we can», aggiungendo «yes we did, yes we can»: possiamo farlo, lo abbiamo fatto e lo faremo di nuovo.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo al 2009 e a Le mie stelle nere di Thuram, di cui vi riproponiamo per l’occasione il capitolo di chiusura dedicato proprio a Barack Obama.

«Lilian, è magnifico! Non credevo fosse possibile!», mi ha detto mia madre dopo aver visto in televisione la cerimonia d’investitura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, il 20 gennaio.
I miei figli invece erano semplicemente stupiti del fatto che nessun nero fosse ancora stato presidente.
Io ero felice, e sollevato. Credevo che quell’elezione avrebbe cambiato molte cose nell’immaginario dei popoli e rappresentato uno strepitoso impulso all’educazione contro il razzismo.
Le prime due stelle di Obama sono i suoi genitori.
Sua madre, Anne Dunham, ha origini irlandesi, scozzesi e cherokee. «Mia madre era bianca come il latte», scrive nell’autobiografia I sogni di mio padre. Viene da una modesta famiglia del Kansas che emigra alle Hawaii in cerca di una vita migliore. Ha la mente aperta di una «progressista umanista», e si innamora di Barack Hussein Obama Senior, un bell’uomo alto e intelligente.
Lui è di origine luo, un’etnia del Kenya. Dopo un brillante percorso scolastico a Nairobi, studia economia all’Università delle Hawaii, dove è il primo studente africano.
I genitori di Obama si sposano nel 1960, ed è già un miracolo, perché nella maggior parte degli Stati Uniti il matrimonio misto è ancora considerato un crimine.
«Mio padre sarebbe potuto morire impiccato a un albero semplicemente per aver osato posare gli occhi su mia madre», scrive Barack Obama. «Pochi anni prima, nel 1958, una coppia mista era stata condannata a un anno di carcere da un giudice dello Stato della Virginia.
Determinata a reagire, la coppia aveva iniziato una serie di processi che il 12 giugno 1967 ha portato alla revoca del verdetto da parte della Corte suprema.
Quella storia ha qualcosa di magico se si pensa che il marito si chiamava Loving («Colui che ama») e che la sentenza che ha messo fine al divieto di matrimonio misto è poeticamente chiamata Loving vs Virginia («Amore contro Virginia»).
Molti anni dopo, i tentativi di discriminazione continuano. Nell’ottobre 2009, in Louisiana, un giudice di pace si è rifiutato di unire in matrimonio un nero e una bianca, dichiarando che non voleva “mettere i figli in una situazione che non avevano scelto”».
Barack Hussein Obama nasce a Honolulu nel 1961. Due anni dopo i suoi genitori si separano. Dopo aver conseguito la laurea in economia alla prestigiosa Università di Harvard, nell’agosto 1963 suo padre parte per il Kenya, dove lo attende un posto nel governo. Qualche tempo dopo la madre si risposa con uno studente indonesiano, Lolo Soetoro, e nel 1967 si trasferisce a Giacarta, dove nasce Maya, la sorellastra di Obama.
In poco tempo il piccolo «Barry» si adatta alla nuova vita, impara l’indonesiano, gioca a fare le battaglie con i cervi volanti, assaggia serpenti e cavallette alla griglia, ma scopre anche la miseria dei contadini e l’evidente disuguaglianza sociale tra americani e indonesiani.
All’età di dieci anni torna alle Hawaii per ricevere un’educazione scolastica all’americana. Vive con i nonni materni, che lo iscrivono alla migliore scuola dell’isola.
Lì, il giovane Barry scopre il colore della sua pelle: benché sia uno dei posti più meticciati degli Stati Uniti, i suoi compagni vedono in lui un nero, e si mostrano molto aggressivi.
A Natale del 1971 incontra per la prima – e ultima – volta suo padre, che dopo una vita sventurata morirà in Kenya in un incidente stradale, nel 1982. In pochi giorni il padre gli mostra qualche passo di danza, lo porta a un concerto jazz, gli regala un pallone da basket e due dischi di musica africana, simboli della cultura nera americana di cui spera suo figlio farà parte.
Ma il giovane Barry fatica a trovare un legame tra la bianca e il nero che l’hanno messo al mondo e che si sono amati e lasciati un legame tra il bianco e il nero che si affrontano nella società. Per affermare la propria identità – e incapace di fare altrimenti – comincia a comportarsi male, diventa un bad negro, o quantomeno la sua caricatura. Insieme al suo migliore amico Ray, nero anche lui, ripete gli insulti che sente pronunciare ai bianchi e parla di rivolta. Ma anziché dargli coraggio e farlo sentire più sicuro, quei discorsi rendono Barack più fragile: sa che sua madre, pur essendo bianca, non ha alcun pregiudizio. Inoltre ama profondamente i nonni nonostante il loro «ordinario razzismo».
Cercando se stesso, prova a trovarsi negli altri: in Frederick Douglass, che cinque anni dopo l’abolizione della schiavitù era stato candidato alla presidenza degli Stati Uniti; nei panafricanisti Marcus Garvey e W.E.B. Du Bois, che esortavano i neri a mostrarsi fieri del proprio colore e delle civiltà dei loro antenati.
Legge le opere dei neri americani moderni come Richard Wright, che denuncia l’America razzista, e Langston Hughes, il poeta dell’orgoglio nero, o Ralph Ellison, che scrive: «Non mi vergogno che i miei nonni siano stati schiavi. L’unica cosa di cui mi vergogno è di essermene vergognato un tempo».
Barack si identifica in particolare con Malcolm X, di cui sposa la causa della rivolta e la ricerca dell’identità. Come lui, cerca di riconciliare le due parti che lo rappresentano, e tenta di diventare tanto nero e tanto americano quanto lui. E naturalmente ammira il pastore Martin Luther King per la sua intelligenza e il suo pragmatismo.
Douglass, Du Bois, King, Malcolm X, l’«Harlem Renaissance» supportata da scrittori e musicisti, il movimento dei diritti civili, la teologia nera, il movimento femminista nero, la critica postcoloniale: senza tutti quei predecessori Obama non sarebbe mai arrivato a se stesso, e ancora meno alla presidenza.
Dopo il liceo prosegue gli studi all’Occidental College in California. A quell’epoca scopre la politica attiva grazie ad amici femministi e marxisti influenzati dal modello delle Pantere Nere. Sono donne e uomini che combattono il razzismo bianco attraverso la solidarietà, creano «scuole di liberazione», fanno conoscere la cultura nera, aiutano i giovani a entrare nelle università, leggono ai neri i loro diritti in caso di arresto… attività che rompono con l’immagine militarizzata trasmessa dai media.
Erano pacifisti, ma pronti a difendersi. Il loro impegno sociale sarà una delle stelle di Obama.
Quella militanza gli restituisce fiducia in sé, abbastanza per abbandonare il «Barry» che gli aveva affibbiato il padre «perché negli Stati Uniti suonava bene». Riprende il suo vero nome, Barack, che è africano e in swahili significa «benedetto».
Nell’autunno del 1981 entra alla Columbia University di New York, dalla quale esce due anni dopo con una laurea in scienze politiche. Invece di intraprendere una comoda carriera in una società privata, sceglie di prendere parte alla lotta per i diritti civili e si impegna nel sociale. «Non c’è niente di male a guadagnare, ma volgere la propria vita a quell’unico obiettivo denota mancanza di ambizione», dice.
Per tre anni, a Chicago, si occupa degli abitanti dei quartieri poveri colpiti dalla disoccupazione, organizza riunioni, si batte per prevenire la delinquenza e per molte altre cause, ma capisce che potrebbe dedicare tutta la vita alla militanza di quartiere senza mai risolvere i problemi della città. Si rende conto che se vuole essere utile deve arrivare più in alto, studiare come funziona il sistema.
È con queste intenzioni che consegue la laurea in diritto costituzionale all’Università di Harvard; poi, fedele allo spirito libero e umanista di sua madre, inizia a lavorare in uno studio legale specializzato nella difesa dei diritti civili. L’ambizione certo non gli manca, e il seguito ne sarà la prova.
Ma sarebbe arrivato così in alto se allora non avesse conosciuto Michelle Robinson? Figlia di una famiglia di operai, Michelle è avvocato. Proprio come lui, ha rifiutato un posto ben pagato in un grande studio e si è impegnata nella lotta per i diritti civili. Il loro incontro dà nuova forza alla carriera di Barack Obama.
Nel 1996 viene eletto al Senato nello Stato dell’Illinois, incarico nel quale si contraddistingue. Seguendo l’esempio di Martin Luther King, preferisce accumulare piccole vittorie piuttosto che dichiarare grandi guerre di cui non si vedranno i risultati. Riesce a emendare diversi disegni di legge repubblicani e far passare ventisei progetti, che vanno dalla copertura sanitaria per i meno abbienti, al diritto all’educazione scolastica per i bambini, fino all’obbligo di registrare su video gli interrogatori degli individui sospettati di un crimine.
È determinato e coraggioso. Nel 2002 rifiuta di appoggiare l’invasione dell’Iraq. «Una guerra stupida», dice, «fondata non sulla ragione ma su un impulso.» Nel 2003 presenta la propria candidatura per diventare senatore degli Stati Uniti. Insieme alla Camera dei Rappresentanti, il prestigioso Senato forma il potere legislativo americano, indicato con il termine «Congresso». Barack Obama ottiene l’elezione il 2 novembre 2004 con il 70% dei voti!
La più bella vittoria del Senato americano, a tal punto che nel 2006 la rivista «Time» gli dedica la copertina: «The Next President».
Dopo Carol Moseley-Braun, l’unica senatrice nera, in carica dal 1992 al 1998, è uno dei pochi neri ad accedere a quella carica. Approfittando della notorietà, scrive un libro i cui diritti gli permetteranno di estinguere il prestito studentesco, comprare una casa e continuare la sua irresistibile ascesa.
Il 10 febbraio 2007 si presenta come candidato del partito democratico. Alle primarie affronta la temibile Hillary Clinton che, sentendosi minacciata, cede a colpi bassi il cui risultato sarà perdere consenso presso l’opinione pubblica: denigra l’opera di Martin Luther King perché il suo avversario vi si identifica, sottolinea «le origini musulmane di Barack Hussein Obama», allude a presunti rapporti con la corrente islamica responsabile degli attentati dell’11 settembre.
Come Obama ha sempre sostenuto, suo padre era di origini musulmane, ma ateo.
Quanto alla madre, professava princìpi morali come l’onestà e il rispetto dell’altro, che si ritrovano in tutte le religioni accettate. Nel corso di quell’odiosa campagna senza esclusione di colpi, l’alleata di Hillary Clinton, Geraldine Ferraro, durante il voto in Mississippi dichiara: «Se Obama fosse un uomo bianco non sarebbe dov’è adesso, e se fosse una donna (a prescindere dalla razza) non sarebbe dov’è adesso: si dà il caso che sia molto fortunato a essere quello che è.»
I suoi avversari restano chiusi nella consueta opposizione bianco-nero e nel sessismo. Un errore che Obama non commette. Fedele a Frantz Fanon – «Il negro non esiste. Esattamente come non esiste il bianco» – rifiuta di fermarsi al colore della pelle. «Non dovete votare qualcuno perché vi assomiglia», dice durante la campagna elettorale.
La maggior parte degli osservatori occidentali ha ipotizzato che le sue origini abbiano avvantaggiato Obama. La realtà è che è sempre troppo nero o non lo è abbastanza. Poiché suo padre era keniota non è un discendente di schiavi, dunque alcuni americani non lo considerano come uno di loro; per essere un vero nero americano bisogna forse sfoggiare degli antenati schiavi? Obama deve ricordare che Du Bois aveva il padre haitiano, che Malcolm X era un immigrato di prima generazione e che il punto di riferimento di Martin Luther King era il Mahatma
Gandhi.
Infine, dopo uno scontro serrato, Obama sconfigge Hillary Clinton e può concentrarsi sul candidato repubblicano, John McCain. La sua campagna è stata la più efficace macchina elettorale di tutta la storia degli Stati Uniti: quella meglio finanziata, mediatizzata, probabilmente la più intelligente.
Certo la crisi economica lo favorisce, tuttavia va studiata.
Quando nel 2005 l’uragano Katrina provoca più di duemila morti, rivelando una popolazione nera abbandonata a se stessa, a coloro che accusavano il presidente Bush di non essere intervenuto prontamente perché la gente colpita era nera Obama ha replicato che «l’incompetenza non è legata alla discriminazione razziale». Una risposta importante, che allarga il dibattito all’irresponsabilità dell’amministrazione repubblicana in generale e accomuna nello stesso destino i diseredati di ogni colore.
La sua è la candidatura della riconciliazione. «Contrariamente alle affermazioni di quanti mi criticano, che siano bianchi o neri, non ho mai avuto l’ingenuità di credere che avremmo potuto eliminare le controversie razziali nel giro
di quattro anni o con una sola candidatura», dichiara nel celebre discorso a Philadelphia del 18 marzo 2008.
«Ma sono profondamente convinto […] che lavorando insieme riusciremo a curare le vecchie ferite razziali e che di fatto ormai non possiamo più rifiutarci di avanzare sulla via di un’unità più profonda. Per la comunità afroamericana significa accettare il fardello del nostro passato senza esserne vittima, e ciò significa anche continuare a pretendere una vera giustizia in ogni ambito della vita del nostro Paese.»
Obama è un oratore straordinario e non cede mai ai cliché gestuali né al tono solitamente usato dai pastori afroamericani, senza tuttavia nascondere il colore della sua pelle. Sa mostrarsi umile e circondarsi di buoni consiglieri.
Al «country first» («lo Stato prima di tutto») di John McCain – pilota militare, eroe della guerra in Vietnam – che lo accusa di essere il «candidato dello straniero», Obama risponde che è grazie alle sue origini multiculturali che incarna il sogno americano. «L’America del 2009», spiega, «non è più quella di John Wayne, ma quella dei cittadini di origine coreana o indiana». François Durpaire, autore di L’Amérique de Barack Obama (2007) – un libro profetico che mi ha ispirato queste pagine –, spiega come le origini meticce di Obama siano in linea con l’evoluzione che sta vivendo la società americana. Tiger Woods, il grande campione di golf, è una mescolanza di sangue bianco, nero, amerindio e asiatico.
Le festività natalizie in casa Obama «assomigliano all’assemblea delle Nazioni Unite». Maya, sua sorella indonesiana, sembra messicana, suo cognato e la nipote sono cinesi… ma lui non cade nella trappola elettorale di definirsi meticcio, rivendica di essere totalmente nero o totalmente bianco, discendente del Kenya e del Kansas. Non è afroamericano, è africano e americano. Non ha l’ingenuità di predicare una società color blind, diventata «cieca al colore», perché è la consapevolezza di essere neri che ha spinto alcuni a lottare per i diritti. Il colore della pelle permette di misurare il grado di integrazione nelle università e nelle imprese. Martin Luther King sapeva bene che la sua battaglia aveva indotto il presidente Lyndon Johnson a dare la priorità ai diritti civili e a firmare, nel 1964, il Civil Rights Act, rendendo così illegale ogni forma di discriminazione.
Il 4 novembre 2008 John McCain viene nettamente sconfitto (365 cosiddetti «grandi elettori» contro 173). Si è verificato un fatto che nemmeno Martin Luther King avrebbe potuto immaginare, proprio come mia madre Marianna: gli Stati Uniti hanno eletto un nero alla presidenza.
E adesso?
Obama è arrivato in un momento di grave crisi, non soltanto sul piano economico ma anche morale. Siamo messi di fronte all’intollerabile disuguaglianza tra i popoli e al deterioramento della nostra Terra, che comincia a «non sopportarci più». Il presidente ne è consapevole: intraprende una battaglia contro l’inquinamento del pianeta. Il 22 novembre 2009 dichiara all’Onu che le generazioni future vanno incontro a una «catastrofe irreversibile» se la comunità internazionale non agisce «in modo deciso, rapido e congiunto»; si schiera in favore dell’abolizione delle armi nucleari, ha avviato il ritiro dell’esercito americano dall’Iraq e cercato una soluzione al problema afghano.
Sa che è necessario essere al contempo paziente e impaziente, perché le grandi lobby non hanno alcuna intenzione di perdere profitti.
Ci vuole coraggio intellettuale, sociale, politico. Per ogni cambiamento bisogna farsi un po’ di violenza. Obama insiste molto su questo aspetto dell’evoluzione; è al centro, tra le altre, della difficile riforma del sistema sanitario di un Paese in cui quarantasette milioni di cittadini non hanno accesso alle cure.
«Bisogna rimettere l’uomo al centro, accettare l’incrocio dei corpi, delle menti, delle culture, delle religioni», mi ha detto Stéphane Hessel, il famoso resistente che nel 1948 ha partecipato alla stesura della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo.
«Serve una nuova militanza perché il XXI secolo mantenga le promesse fatte dagli Stati sovrani sui diritti umani, sullo sviluppo sostenibile, impegni mai assolti nel corso del XX secolo. Gli interessi nazionali sono importanti, ma se continuiamo a concentrarci su di essi passeremo la vita a perdere di vista le problematiche più grandi.»
In un contesto più globale è in gioco l’interesse della specie umana, fatto che implica una nuova etica politica: quella che sta prendendo forma con Obama.
Così, nel giugno 2009 Obama pronuncia in Egitto un discorso destinato a riaprire il dialogo tra il suo Paese e il mondo musulmano. «La fase di sfiducia e discordia deve interrompersi», dice dopo aver salutato un miliardo e mezzo di musulmani con queste parole: «Salam aleikoum» («Che la pace sia con voi»).
Per tutti questi gesti e in particolar modo per la sua diplomazia, fondata sul concetto che chi governa deve basarsi «sui valori condivisi dalla maggioranza dei popoli del mondo», il 9 ottobre 2009 vince il premio Nobel per la Pace, quarantacinque anni dopo Martin Luther King. È il terzo presidente degli Stati Uniti a essere insignito di quel titolo durante l’esercizio delle sue funzioni, dopo Theodore Roosevelt nel 1906 e Woodrow Wilson nel 1919.
Negli Stati Uniti il razzismo esiste ancora, Obama stesso è costretto a confrontarvisi. Ci sono magliette, fotografie, disegni che lo rappresentano come una scimmia che mangia una banana, con baffetti alla Hitler o mentre dipinge di nero la Casa Bianca. Silvio Berlusconi in diverse occasioni ha ironizzato sulla sua «abbronzatura». Ma la libertà progredisce, e la presidenza di Obama è uno straordinario incoraggiamento per le donne e gli uomini che in tutto il mondo lottano contro le ingiustizie.
La strada è lunga, perché l’uguaglianza tra gli uomini è un concetto ancora nuovo. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 e la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 hanno preso in considerazione soltanto i bianchi.
Oggi ogni essere umano rivendica che quelle dichiarazioni vengano messe in pratica.

Tornando all’attualità, questa settimana alla Libreria Bodoni / Spazio B di Torino si è parlato del futuro degli USA con tre autori della rivista di geopolitica Limes: dopo l’incontro abbiamo chiesto a loro di sintetizzare in poche righe che cosa lascia l’amministrazione Obama in eredità agli Stati Uniti, fra luci e fisiologiche ombre.

«L’amministrazione Obama lascia un approccio profondamente imperiale: dopo molti anni passati a intervenire in giro per il Medio Oriente con Bush figlio, e in precedenza già con Clinton, questa amministrazione ha rispolverato una approccio imperiale nel senso in cui una grande potenza interviene solamente quando i suoi interessi strategici sono realmente in pericolo, non per ragioni morali, non per innestare la democrazia in contesti esotici, non per prevenire genocidi.
Obama ha dimostrato, indipendentemente dal giudizio morale, una assoluta coerenza da questo punto di vista riconoscendo agli Stati Uniti, a torto o ragione, soltanto la necessità di intervenire quando costretti, quando non possono farne a meno»
Dario Fabbri, giornalista, consigliere redazionale di Limes. Esperto di America e Medio Oriente

«L’amministrazione Obama lascia un’arma in eredità al mondo, il drone, ampiamente usato nelle guerre al terrorismo, anzi diventato il surrogato dell’invio in battaglia dei propri uomini.
Obama ha usato più del doppio il drone rispetto al suo predecessore G.W. Bush: la proliferazione di questa tecnologia in assenza di un’elaborazione di una dottrina per il suo utilizzo, e soprattutto per il suo non utilizzo, rischia di essere una delle eredità più fatali lasciata da questa amministrazione»
Federico Petroni, consigliere redazionale di Limes, responsabile del Limes Club Bologna e co-fondatore di iMerica.

«Obama dopo questi otto anni lascia due cose principali, soprattutto in politica interna: la prima è un’economia che funziona, che ha recuperato alla grande dalla crisi, e che anche se non ha recuperato al cento per cento in tutti i settori è riuscita a riportare in piedi gli Stati Uniti.
Una seconda eredità che rimarrà sarà quella dei diritti civili, dell’avere portato gli USA un po’ più avanti sulla strada dei diritti civili e di una società più aperta: queste saranno conquiste che Trump non riuscirà a portare indietro più di tanto»
Giovanni Collotfondatore di iMerica

Fra le tante luci dell’amministrazione anche qualche ombra, si è detto.
Come ad esempio la politica del Governo nei confronti dei whistleblowers, in particolar modo di Chelsea Manning, ex militare transgender condannata a trentacinque anni di reclusione in un carcere maschile per aver rivelato nel 2010 informazioni riservate a Wikileaks.
Il caso ha mosso l’opinione pubblica fino a diventare Obama, una denuncia in musica firmata dalla future feminist Anohni contenuta nel suo ultimo disco Hopelessness, uno dei dieci album dell’anno 2016 per il Guardian.
Anohni, conosciuta artisticamente in precedenza per il progetto Antony and the Johnsons, è stata in passato fra le maggiori sostenitrici di Obama, per il quale si è esposta più di una volta pubblicamente durante il periodo elettorale. A inizio di dicembre 2016 ha pubblicato il video di Obama allegando un comunicato stampa in forma di lettera aperta in cui pregava il Presidente uscente di firmare la grazia per Manning, dimostrando così la diversità della sua presidenza nei confronti di tutte quelle che lo avevano preceduta e che le sarebbero successe.

Un’esortazione che si è aggiunta alla richiesta ufficiale della stessa Manning di ridimensionamento della propria condanna, arrivata sulla scrivania di Obama accompagnata dalle firme di oltre 100.000 persone, e che ha portato a due giorni dal termine del suo mandato alla concessione della riduzione della pena carceraria da parte di Obama per Manning e altri 209 reclusi.

Un gesto, insieme a tanti altri, che conferma il posto di Obama fra le stelle di Thuram, a fianco di Martin Luther King e Doña Beatriz, Malcolm X e Harriet Tubman.

 

 

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